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Un noto pensatore cristiano affermava secoli fa: “tutta l’infelicità dell’uomo deriva dalla sua incapacità di starsene nella sua stanza“.
Faceva riferimento alla difficoltà che ha ogni uomo di fermarsi e riflettere sulla condizione della propria anima, anche se nel suo migliore interesse.
Le ultime settimane in Italia, in questo senso, sono state un grande esperimento sociale e i risultati confermano almeno la seconda metà della nostra citazione: gli esseri umani sembrano incapaci di stare serenamente a casa fino a quando non percepiscono di rischiare la vita.
Eppure questo è ciò che ci distingue dagli animali. Dato un sufficiente spazio di movimento, essi possono spendere la propria vita segregati rispetto al mondo circostante senza provare alcun genere di disagio nel contemplare la propria condizione interiore.

Siamo noi esseri umani che facciamo così tanta fatica a sospendere gli aperitivi, la palestra, il tennis, gli affari, le pratiche religiose, etc…
Ad aggravare la situazione d’isolamento, arriva anche la notizia di un ulteriore “giro di vite” ad attività ludiche e ricreative all’aperto (i parchi di tutta Italia resteranno chiusi per un po’) e persino i gamers amanti dei videogiochi e quelli del binge watching su Netflix o Amazon Prime iniziano a sudare freddo. L’Unione Europea infatti sta compiendo verifiche e avvertimenti sul rischio che internet non riesca a reggere il carico di tutte queste attività svolte contemporaneamente,  in special modo da parte di tutti quegli studenti che, in questi giorni, sono a casa sul divano.

Senza queste attività “ricreative” ci ritroviamo vuoti e soli. L’emergenza causata dal Coronavirus ci costringe a fare i conti con fastidiosi personaggi. Noi stessi.
Senza tenere conto delle continue pessime notizie che trattano di malattia e morte. Allora la cosa diventa davvero insopportabile.

In un recente video di famosissimi comici, con migliaia di visualizzazioni, la situazione veniva sintetizzata così’: “nessuno vuole essere così vicino a se stesso. Qui dentro è davvero un brutto posto

Eppure è vera anche la prima parte di quella citazione: “l’infelicità dell’uomo deriva da questa incapacità di starsene nella sua stanza”. Vuol dire che se sappiamo restare nella nostra stanza e trarne profitto, troveremo la felicità?

In quella stanza buia e antipatica che possiamo vedere soltanto noi, c’è un problema da affrontare e risolvere. O meglio: dobbiamo permettere che qualcuno lo risolva.
Un medico deve togliere le bende che coprono le ferite e intervenire con una cura definitiva.
Un Dio è pronto ad ascoltare questa fame di intimità, di certezze, di risposte, di sicurezza, di speranza, di amore, di felicità, di libertà che ci portiamo dentro e che è rimasta insoddisfatta.

Uscire di nuovo di casa fra qualche settimana o mese servirà soltanto a dimenticare di nuovo, a stordirci e confonderci, se prima non saniamo la ferita.

Possiamo chiamare il medico, ed Egli arriverà, ci toccherà, ci sanerà.

Un giorno Gesù rispose ai suoi interlocutori: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, bensì i malati. Io non sono venuto a chiamare dei giusti, ma dei peccatori a ravvedimento».  (Luca 5:31, 32)
Colui che viene a me, non lo caccerò” (Giovanni 6:37).

Lasciamo che splenda la Luce in quel luogo buio.
Lasciamo che ci sia guarigione e ristoro.


“Scrutami, o SIGNORE, e mettimi alla prova; purifica … il mio cuore.”
(Salmi 26:2)

 

 

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