Apri i social, scorri tre reel ed ecco l’ennesima brutta notizia. Fai un salto su TikTok e trovi i video ravvicinati di terremoti, alluvioni, violenze, e la gente che filma dai balconi. Abbiamo sempre di più la netta sensazione che la terra sotto i nostri piedi sia sempre più fragile e che il mondo ci stia sfuggendo di mano.
La reazione immediata di noi giovani davanti a tutto questo? Corriamo il rischio di cadere in quel misto di ansia da doomscrolling, ovvero l’ossessione incontrollata di svuotarsi il cervello guardando notizie catastrofiche una dopo l’altra, e la tentazione forte di commentare, fare un repost o addirittura, se siamo lì, tirare fuori il cellulare per filmare il più possibile per fare hype.
Guardiamo, immortaliamo e condividiamo il disastro in diretta. Tuttavia, in mezzo a tutto questo rumore visivo, riaffiora per la nostra generazione una dinamica biblica: il mondo osservava, Noè costruiva.
La sindrome dello spettatore
Anche ai tempi di Noè le persone continuavano a fare programmi, probabilmente osservavano quel cantiere nel bel mezzo del nulla e si beffavano di ciò che stava facendo Noè.
La Bibbia ci dice:
“Infatti, come nei giorni prima del diluvio si mangiava e si beveva, si prendeva moglie e si andava a marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e la gente non si accorse di nulla, finché venne il diluvio e li portò via tutti quanti […]” (Matteo 24:38-39).
Quando pensiamo a quest’episodio biblico, spesso immaginiamo uno scenario quasi apocalittico, cielo nero, fulmini dal primo giorno, ma la realtà era ben diversa. La vita scorreva normalmente, ognuno viveva la propria quotidianità: lavoro, studio, feste, programmi per il prossimo weekend. In mezzo a questa apparente normalità, c’era un uomo che riceve da Dio l’ordine di costruire quest’impalcatura di legno gigante nel bel mezzo del nulla. Follia pura, diremmo.
Noè sarebbe diventato un meme vivente, lo zimbello di tutte le piattaforme social. Possiamo immaginare cosa sarebbe potuto accadere oggi: qualcuno sarebbe corso lì per farsi un selfie con l’arca sullo sfondo, altri avrebbero probabilmente registrato un vlog intitolato “Uomo fuori di testa che costruisce una nave nel deserto (finito male)” e non osiamo pensare ai commenti che ne sarebbero scaturiti.
Forse in modo diverso, ma è esattamente come facciamo noi oggigiorno dietro ai nostri schermi: osserviamo, commentiamo, facciamo ironia. Ahimè, mentre gli altri perdevano tempo a guardare, Noè “fece tutto quello che il Signore gli aveva comandato” (Genesi 7:5).
Sporcarsi le mani prima della pioggia
La Parola di Dio ci offre, seppur sinteticamente, una panoramica meravigliosa su quest’uomo:
“Per fede Noè, divinamente avvertito di cose che non si vedevano ancora, con pio timore, preparò un’arca per la salvezza della sua famiglia […]” (Ebrei 11:7).
Volgiamo la nostra attenzione su un dettaglio: “di cose che non si vedevano ancora”. Noè non aspettò che l’acqua gli arrivasse alle caviglie per iniziare a cercare il materiale necessario per la costruzione. Non aspettò il rumore dei tuoni o che il cielo si oscurasse per mettersi al lavoro. Si rimboccò le maniche quando c’era ancora il sole, quando tutto sembrava perfetto e quando era tutto sereno.
Difatti, Noè non sprecò un secondo del suo tempo a riprendere la pioggia, né tantomeno a litigare con chi lo derideva. Scelse un’obbedienza silenziosa, pratica, ma soprattutto faticosa. Mentre il mondo intero viveva la propria routine e, con l’arrivo della pioggia, forse paralizzato dalla paura della tempesta, il suo focus rimase sul progetto che Dio gli aveva affidato.
Smettere di essere opinionisti del caos
Il rischio ai nostri giorni è di cadere nella stessa identica trappola delle persone ai tempi di Noè. Vediamo foto e video di disastri, leggiamo di incidenti e terremoti, proviamo ansia per il futuro e la nostra fede rischia di rimanere ferma allo schermo dello smartphone.
La Parola di Dio è chiara e va dritto al punto senza troppi giri di parole:
“Così è della fede; se non ha opere, è per se stessa morta” (Giacomo 2:17).
Essere giovani cristiani oggi non significa fare gli opinionisti del caos globale, non equivale a fare un’analisi dettagliata di quanto il mondo stia andando a rotoli. Quello lo sanno fare tutti. Essere dei giovani cristiani nel 2026 non è qualcosa di diverso rispetto ai tempi di Noè: significa essere costruttori. Significa che quando tutto intorno a noi sembra venire meno, dobbiamo darci da fare e seguire il piano che Dio ci ha mostrato.
Qual è la tua arca oggi?
Quindi, concretamente, cosa significa “costruire” per un credente in questi tempi difficili?
Per un giovane credente oggi, non si tratta di comprare pezzi di legno o emarginarsi dalla società, ma di fare scelte quotidiane e concrete che vanno controcorrente e che spianino la strada per la salvezza anche per chi ci è vicino.

Potrai costruire la tua arca quando deciderai di spegnere il rumore del mondo, per fare spazio alla Parola di Dio, permettendo alla Sua voce di parlare al tuo cuore e di darti quella pace che nessuno potrà darti. Costruirai la tua arca quando non ti limiterai a un “like” di circostanza per esprimere la tua solidarietà, ma quando aiuterai concretamente chi è in difficoltà, chi si sente solo o chi lo è per davvero, e chi sta passando per una prova. Costruirai quando, come Noè, la tua obbedienza è completa, cominciando soprattutto nelle piccole cose quotidiane: nell’onestà all’università, a scuola, nel come tratti le tue amicizie, il tuo partner, nella gestione del tuo tempo, nella tua comunità.
Il mondo in cui viviamo è fragile ed i segnali intorno a noi lo testimoniano. Ma a questa fragilità non rispondere limitandoti a guardare la pioggia cadere, ricordati di quello che Dio fece attraverso Noè, lascia che siano gli altri a guardare, commentare e scorrere i feed all’infinito. Cerca l’obbedienza, non l’approvazione.
Prendi i tuoi attrezzi perché mentre il mondo osserva, tu costruisci!
Giovanni Moronese



