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Schiavitù: esiste ancora oggi e dobbiamo affrontarla

 

Il 2 dicembre è la giornata internazionale per l’abolizione della schiavitù, un argomento più vicino a noi di quanto immaginiamo.

Sono trascorsi:

● 332 anni dalla “Germantown Quaker Petition Against Slavery”, la prima dichiarazione di protesta contro la schiavitù dei tempi moderni, scritta da un gruppo di credenti evangelici;
● 213 anni da quando William Wilbeforce, leader inglese del movimento contro la schiavitù e anche lui cristiano evangelico, annunciò l’approvazione della legge che aboliva il commercio degli schiavi per cui aveva lottato per anni, ispirato anche dalla sua fede;
● 155 anni da quando Abraham Lincoln, con il Tredicesimo emendamento alla Costituzione Americana, decretò l’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti d’America;
● 61 anni da quando, il 2 dicembre del 1949, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò la Convenzione per la soppressione del traffico di persone e dello sfruttamento della prostituzione altrui;
● 57 anni da quando Martin Luther King, al termine della marcia sui diritti civili, dichiarò a Washington: “Ho un sogno, che un giorno questa nazione sorgerà e vivrà il significato vero del suo credo, che un giorno i figli degli ex schiavi e i figli degli ex padroni di schiavi potranno sedersi insieme alla tavola della fraternità”.

Per quanto sia vero che la parola “schiavitù” rievochi nelle nostre menti immagini che sembrano ormai saldamente confinate al passato, come la schiavitù del popolo d’Israele in Egitto o la tratta atlantica degli schiavi africani, questa piaga sociale non ha mai smesso di affliggere l’umanità. Dalla preistoria al mondo moderno, dalle antiche civiltà della Mesopotamia all’era della globalizzazione, la schiavitù ha attraversato i secoli conservando inalterato il suo elemento caratterizzante: uomini che sono proprietà di altri uomini.

Illustrazione usata dal movimento abolizionista di William Wilbeforce

“Non sono un fratello e un uomo?” questa domanda campeggia sull’illustrazione usata dal movimento abolizionista di William Wilbeforce

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha stimato che oggi 40,3 milioni di persone, più del triplo rispetto al periodo della tratta atlantica degli schiavi africani, vivono in una qualche forma di moderna schiavitù. Donne e ragazze rappresentano circa il 71% delle vittime e i bambini sono circa dieci milioni.

 

È davvero sorprendente che nel mondo moderno si continui ancora a parlare di schiavitù, soprattutto se pensiamo agli enormi passi avanti fatti sotto il profilo dei diritti riconosciuti al singolo individuo. Nonostante le conquiste di indipendenza, uguaglianza e libertà che il mondo occidentale vanta, esiste ancora questa ingombrante realtà che prende il nome di “schiavitù moderna”, termine che si declina nelle varie forme di sfruttamento domestico, sfruttamento sessuale forzato, schiavitù per debiti, lavoro forzato. In altre parole, con schiavitù possiamo identificare tutte quelle situazioni in cui un individuo è costretto a causa di minacce, violenza, coercizione, inganno e/o abuso di potere. 

 

Non solo, la psicologa Giuliana Grando individua come “nuove schiavitù” quelle situazioni in cui un soggetto dipende da una sostanza reale (cibo, droga, alcool…) che diventa il “padrone”: quando cioè sono gli oggetti a comandare sul soggetto in un’ottica di totale asservimento.

 

Perché il tema della schiavitù riguarda anche noi?

 

Le nostre città, le nostre campagne, i nostri quartieri brulicano di uomini e donne che ogni giorno sono costretti a prostituirsi, mendicare, lavorare senza diritti. La pornografia, che non sembra fare male a nessuno, è direttamente collegata alla schiavitù sessuale e alla tratta di esseri umani. La schiavitù ci è davvero vicina, spesso si trova nel cibo che consumiamo, nei vestiti che indossiamo, negli oggetti che usiamo e non solo. Assume anche forme che prescindono dallo sfruttamento e dalla tortura in senso esclusivamente fisico, manifestandosi come schiavitù spirituale.

 

Qual è l’atteggiamento che siamo chiamati ad avere?

 

Gesù, per prima cosa, ci riscatta e ci libera dalla schiavitù che coinvolge l’intera umanità: quella del peccato. Da cristiani, di conseguenza, siamo chiamati a prendere posizione e condannare tutto ciò che mortifica la dignità che Dio ci ha donato come esseri umani.


Prendere le distanze da questi vili comportamenti però non basta, il nostro cristianesimo non può fermarsi qui. In Italia, sono dalle 50 alle 70 mila le donne vittime di tratta per sfruttamento sessuale, in gran parte straniere, e molte altre persone vivono situazioni di totale soggezione alle dipendenze. Tutto avviene sotto ai nostri occhi, ma probabilmente non ce ne siamo mai resi conto.

 

Qual è l’atteggiamento che siamo chiamati ad avere?

 

Gesù ce lo insegna nel suo incontro con una prostituta. Durante una cena a casa di Simone, un fariseo religioso e rispettoso della legge, si presentò una donna, conosciuta da tutti gli abitanti della città come una prostituta. Aveva con sé con un vaso di alabastro pieno di olio profumato e, chinatasi ai piedi del Maestro, iniziò a bagnare i suoi piedi di lacrime.

 

Nella cultura del tempo, in Palestina, la prostituzione di solito non era una scelta, ma un destino riservato alle bambine abbandonate dai genitori o comprate come schiave.


Probabilmente questa donna non aveva scelto di vivere così, ma era ben cosciente della propria condizione di schiavitù fisica, morale e spirituale. Con il cuore a pezzi, la dignità ormai perduta, decise di rivolgersi a Gesù. Sotto gli sguardi pesanti degli altri ospiti fece quest’ultimo gesto disperato, con l’unico desiderio di essere perdonata, liberata e riabilitata.

 

Gesù supera il pregiudizio: qualsiasi religioso dell’epoca si sarebbe aspettato una reazione stizzita di Gesù nei confronti di una prostituta, che le impedisse di toccarlo. Eppure Egli non bada allo status sociale di questa donna, né all’opinione degli scribi o dei farisei davanti a qualcosa di socialmente e religiosamente scandaloso.

 

Gesù ha consapevolezza del problema: vero Dio e vero uomo, conosce esattamente il vissuto di questa donna, conosce il peccato di cui è schiava, sa quanto lei abbia bisogno di essere perdonata, salvata e riabilitata alla vita ed è proprio per questa ragione che la accoglie, che riconosce il suo pentimento. In un’altra occasione Egli stesso aveva detto: “non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati” (Matteo 9:12).

 

Gesù non resta indifferente: Egli interviene in modo istantaneo: “disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace»”. (Luca 7:50) avrebbe potuto rimandare l’incontro a un momento più consono, a una situazione e a un luogo più adatto, magari evitando che questa scena avvenisse davanti ai farisei, ma non perde tempo.

 

Gesù prende posizione: rivolgendosi a Simone Gesù dice “perciò, io ti dico: i suoi molti peccati le sono perdonati, perché ha molto amato; ma colui a cui poco è perdonato, poco ama” (Luca 7:47). Simone poteva sicuramene vantare una “fedina” spirituale più pulita di quella donna, si sentiva a posto: ecco perché non avvertiva un reale bisogno della redenzione di Cristo! Gesù condannò apertamente la condizione di Simone, che era schiavo tanto quanto la prostituta, ma a differenza di quest’ultima non ne aveva consapevolezza. Le sue catene erano fatte di vuota religiosità, priva di carità e misericordia verso il prossimo.

 

Oggi siamo chiamati a prendere consapevolezza del fatto che la schiavitù, sotto svariate forme, esiste ed è un problema che ci riguarda. Probabilmente nessuno ci costringerà a marciare nel deserto in catene, ma potremmo trascurare la schiavitù morale e spirituale alla quale, qualcuno che ci sta vicino, è condannato. Potremmo addirittura ignorare che perfino noi, nella nostra ineccepibile vita cristiana, rischiamo di restare schiavi di una religiosità formale, vuota, priva di contenuti.


Chiediamo a Dio di aiutarci ad Imitarlo:
● odiando il peccato, ma amando il peccatore;
● prendendo posizione verso tutto ciò che offende la dignità che Egli ci ha donato;
● considerando la necessità che abbiamo di coltivare una vita spirituale vera, libera dal formalismo e da ogni forma di schiavitù.

Rachele Lo Giudice

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