Negli ultimi anni, sono state sempre più frequenti dichiarazioni di conversione o quantomeno di avvicinamento alla fede cristiana, da parte di autori conosciuti, tra cui Justin Bieber, Daddy Yankee, Kanye West, Demi Lovato. La reazione dei credenti è, spesso, immediata e accompagnata da stupore, entusiasmo, condivisioni sui social, commenti come “Gloria a Dio!”, “Signore, grazie!”, “Dio è buono!”.
Un entusiasmo comprensibile e motivato: la grazia di Dio non ha limiti, nessuno è troppo distante per essere raggiunto dal messaggio di salvezza del Vangelo.
Tuttavia, proprio perché si tratta di persone che vivono sotto i riflettori, è importante rispondere a queste notizie con due atteggiamenti: speranza e discernimento.
La grazia è reale: nessuno è irraggiungibile
La Parola di Dio è piena di conversioni che, agli occhi di tutti, risultarono inattese e sorprendenti:
- Saulo da Tarso, importante fariseo e persecutore della Chiesa del I secolo, nonché collaboratore del martirio di Stefano. La comunità cristiana non avrebbe di certo redatto un bel curriculum nei suoi confronti. Saulo entrava di abitazione in abitazione per sbattere in prigione i seguaci della “Via” (Atti 8:3). Ma, un giorno, diretto verso Damasco per perseguitare i cristiani con il benestare delle autorità religiose, incontrò Gesù. Dinanzi alle Sue parole: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? […] Io sono Gesù, che tu perseguiti. […]” (Atti 9:4-5), non poté In quel momento, Saulo rispose all’appello della grazia divina e quel viaggio motivato da odio, ostilità e violenza verso i cristiani fu invece l’inizio di una vita all’insegna di amore, coraggio e sacrificio per Cristo.
- Zaccheo, capo dei pubblicani (esattori delle tasse al soldo di Roma), ricco, frodatore, di bassa statura. Questo era il suo profilo. Probabilmente, a nessuno di noi sfiorerebbe il pensiero di seguirlo su Instagram. Ma, in quest’uomo, un giorno, nacque un desiderio: voleva “[…] vedere chi era Gesù” (Luca 19:3). Forse, aveva udito parlare dei Suoi miracoli e, quando seppe che Gesù passava per Gerico, non volle lasciarsi scappare questo incontro.
Non sappiamo cosa stesse affrontando in quel periodo, ma una cosa la sappiamo: aveva bisogno di Gesù. Il versetto 4 di Luca 19 ci dice che voleva vederLo, e prima che Gesù passasse per quel luogo, salì sopra un sicomoro. Il Signore aveva già visto il desiderio del suo cuore, da qui l’affermazione: “[…] Zaccheo, scendi, presto, perché oggi debbo fermarmi a casa tua. […] Oggi la salvezza è entrata in questa casa, poiché anche questo è figlio d’Abraamo; perché il Figlio dell’uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto” (Luca 19: 5, 9-10).
Si tratta di due esempi di uomini influenti nella società della loro epoca, che vivevano lontani da Dio ma che furono raggiunti da Gesù.
Non c’è nulla di male nel gioire quando qualcuno, famoso o no, dice di aver incontrato Dio, considerando quanto è scritto: “[…] v’è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si ravvede” (Luca 15:10), ma a questa gioia è importante affiancare un giusto discernimento.
La grazia di Dio non è ferma a 2000 anni fa. Tra le storie di “uomini sotto i riflettori” che, raggiunti dall’amore di Dio, hanno lasciato tutto per seguire Cristo, ricordiamo Charles Thomas Studd (1860-1931) ed Eric Liddell (1902-1945).
Celebre giocatore di cricket nell’Inghilterra dell’Ottocento (sport ancora popolarissimo anche nelle ex colonie britanniche), figlio di un imprenditore, Studd incontrò Cristo all’età di 18 anni. Proprio mentre stava andando a giocare a cricket, fu fermato da un predicatore che stava andando in visita a casa sua. Quel giorno Studd riconobbe Cristo come personale Salvatore e quella Bibbia, che prima faticava a leggere e a comprendere, divenne la sua priorità.
“Alcuni vogliono vivere al suono di una chiesa. Io voglio gestire un’infermeria a un metro dall’inferno” (C.T. Studd)

Pur essendo sotto i riflettori, considerato una “promessa dello sport”, rinunciò a carriera, ricchezze e privilegi per rispondere alla chiamata come missionario. Insieme ai “Sette di Cambridge” partì per la Cina con la China Inland Mission, donò tutto il suo patrimonio all’opera del Vangelo e dedicò la sua vita a servire in contesti difficili: prima in Cina, poi in India e infine in Africa, dove rimase fino alla morte. Lo soprannominarono “Bwana Mukubwa”, “grande capo” in swahili, per la sua grande fede e la dedizione assoluta a Cristo.
Invece Eric Liddell, atleta e campione, non avrebbe barattato una gara olimpionica con un culto domenicale. Difatti, una frase da lui pronunciata durante le Olimpiadi di Parigi, fu: “[…] è il giorno del Signore, mi spiace, non posso correre”. Nacque in Cina da genitori missionari scozzesi, tornò in Scozia per proseguire gli studi, ma nel 1924 venne selezionato per partecipare alla gara dei 100 metri alle Olimpiadi di Parigi. Immaginerai il grande entusiasmo e il privilegio che ebbe quest’uomo, eppure, rifiutò categoricamente: avrebbe dovuto gareggiare di domenica. Liddell, fermo e convinto nella sua decisione di onorare il giorno del Signore, scelse di partecipare alla gara dei 400 metri prevista pochi giorni dopo. Il risultato? Vinse la medaglia d’oro stabilendo un nuovo record mondiale. Lo definirono “il velocista di Dio”.
Il desiderio di servire Cristo era sempre più forte, scelse di non restare sotto i riflettori, partì anch’egli per la Cina come missionario ed insegnò nelle scuole per i poveri. Liddell mise al servizio della comunità le sue abilità sportive proprio come strumento evangelistico. Tuttavia, a causa della forte instabilità politica cinese e la repentina occupazione giapponese, Liddell costrinse sua moglie e i figli a lasciare il paese, mentre lui sarebbe rimasto in Cina. Non scese mai a compromessi, infatti, fu internato in un campo di prigionia, ma nonostante le privazioni e le difficoltà, continuò a proclamare l’Evangelo. In quel campo correrà un’ultima volta, per poi spegnersi all’età di 43 anni, privo di forze e con un probabile tumore al cervello.
Non l’entusiasmo del momento, ma la profondità del cammino
Nel sermone sul monte, Gesù disse: “Li riconoscerete dai loro frutti […] (Matteo 7:16). È un chiaro invito al discernimento proprio perché urlare “CREDO IN GESÙ” non è sufficiente: è l’inizio, non l’arrivo.
La conversione non si misura con una dichiarazione pubblica, fatta in un video virale, alla fine di un concerto o quando viene rilasciata un’intervista. La perseveranza nel tempo è ciò che conta davvero. La fede è paragonabile ad un seme che germoglia, affronta delle prove, cresce, e solo in seguito porta frutto.
Il problema quindi non è tanto la persona famosa che dichiara di seguire Gesù, ma la tentazione di creare uno “star system” cristiano: figure da osannare, testimonianze da urlo, volti da seguire, contenuti da condividere.
La testimonianza di salvezza di un volto noto non deve essere trasformata in un portabandiera del cristianesimo o usarla come “trofeo spirituale”. Ci sono almeno due rischi in questa tendenza: la prima, la più ovvia, è fare una figuraccia se poi alle dichiarazioni non seguono frutti di ravvedimento (come successo ad esempio con Kanye West), la seconda, spesso ignorata, è non valorizzare le storie di quei fratelli e quelle sorelle accanto a noi che magari sono degli “sconosciuti”, ma sono altrettanto stimati e amati dal nostro Padre Celeste.
La domanda che dovremmo porci quindi non è tanto “Questo VIP sarà fedele a Gesù?” ma forse è “Sto seguendo Cristo o una persona?”.

Dio non ha bisogno della luce dei riflettori per raggiungere delle anime. Può toccare i cuori di tutti, anche di coloro che vivono in luoghi che sembrano lontani dalla fede.
Siamo chiamati a pregare e sperare nel Signore affinché Egli continui a salvare e al tempo stesso a camminare con discernimento perché la nostra fiducia è in Cristo.
Paolo ricorda ai Corinzi l’unica Persona che dobbiamo far conoscere a tutti e che, se ci pensiamo, è anche la Persona più famosa della storia: “Cristo crocifisso, potenza di Dio e sapienza di Dio” (1 Corinzi 1: 23)
Gianni Moronese




