“Se non lo posti non esiste”.
Sembra una frase a effetto, ma è la realtà in cui siamo immersi tutti i giorni.
I social sono diventati il luogo in cui mostriamo la nostra vita e, in modo molto sottile, si è insinuata in noi l’idea che, se ci succede qualcosa e non la mostriamo, ciò che abbiamo vissuto è come se non fosse neanche accaduto, non abbia valore, o non sia stato vissuto pienamente.
Ecco quindi che i nostri feed si riempiono di foto di vacanze, momenti quotidiani, colazioni, pranzi, cene, incontri, successi e fallimenti, vittorie e sconfitte, crisi e soluzioni, sfoghi e flussi di coscienza. Tante cose, troppe cose, ed ecco che, magari in nome di un concetto distorto di “trasparenza” o “autenticità”, si finisce nell’oversharing, l’eccesso di condivisione.
Oversharing: cos’è?
L’oversharing è l’abitudine di condividere un eccesso di informazioni in contesti non adeguati. Questa tendenza si manifesta quando si condivide un eccesso di dettagli personali in situazioni tutt’altro che confidenziali. Chi fa oversharing solitamente non si rende conto di oltrepassare il limite.
L’oversharing può ovviamente avvenire in diverse situazioni: raccontare ogni dettaglio della propria vita a nuovi conoscenti, elencare ogni dettaglio del tuo weekend quando ti avevano chiesto semplicemente com’era andato, parlare di crisi familiari con un perfetto sconosciuto incontrato al supermercato o condividere segreti profondi con estranei incontrati in una sala d’attesa o su un mezzo pubblico.
Online il discorso è quasi lo stesso, rivolto però ad una platea infinitamente più vasta. Ogni giorno, per esempio, assistiamo agli “sfoghi social” di tanti, che siano nostri amici o famosi influencer, genitori che mettono in mostra i propri figli senza pensare alla loro privacy[1], viaggi in località mozzafiato, sorrisi smaglianti, drammatiche crisi personali, ecc … Non sembra esserci più limite a ciò che viene condiviso. Tutto è sotto gli occhi di tutti.
Condivido dunque sono
Nel 1637, il filosofo Cartesio con la sua famosa frase “cogito ergo sum” (penso dunque sono) aveva definito la base dell’esistenza nel fatto stesso di pensare, un concetto che sarebbe diventato il pilastro dell’età moderna.
Il pensiero dell’età dei social sembra invece essere “condivido dunque sono”.
Costruiamo la nostra identità online. Le persone condividono aspetti della propria vita come vacanze, successi, traguardi e “qualche pezzetto di intimità”. C’è uno sforzo costante per apparire “autentici”. Quando l’identità è costruita attraverso ciò che si condivide, allora l’oversharing è il tentativo, spesso disperato e inconsapevole, di rafforzare o validare questa identità. Si finisce per sentire di essere “veri” solo nella misura in cui espone grandi quantità di sé.
Cerchiamo riconoscimento. Online non si può mai essere soli, e condividere significa stimolare gli altri a conoscerci e ri-conoscerci. L’oversharing, in questa ottica, potrebbe essere l’illusione che maggiore è la quantità di informazioni condivise, maggiore sarà il riconoscimento da parte degli altri. Potrebbe essere soltanto di cose positive, costruendo un’immagine di sé quasi perfetta. Se invece tendiamo al vittimismo e all’autocommiserazione esageriamo nel contrario, portando attenzione su noi stessi condividendo più gli aspetti negativi del nostro vissuto.
Finiamo intrappolati nella trasparenza. C’è un vero e proprio meccanismo (dettato anche dagli algoritmi dei social network) che ci porta a pensare che più condividiamo la nostra vita privata più esistiamo agli occhi degli altri. Tentare di essere completamente trasparenti può portare al rischio di alimentare quella “pornografia delle emozioni” che ormai dilaga sui social.
Condividere consapevolmente e spiritualmente
Nel libro del profeta Aggeo è ripetuto per ben quattro volte un consiglio di Dio: “Riflettete bene” (Aggeo 1:5, 7; 2:15,18). Nel libro dei Proverbi, la personificazione della Sapienza dice: “Io, la sapienza, sto con l’accorgimento e trovo la scienza della riflessione” (Proverbi 8:12)
Dato che solitamente chi fa oversharing non si rende conto di oltrepassare il limite, allora abbiamo tutti un disperato bisogno di riflettere.
Esercitare una maggiore auto-riflessione e consapevolezza prima di condividere significa porsi alcune domande cruciali che fanno da filtri. La Bibbia ci dà un aiuto fondamentale in questo.
Chi è davvero al centro di ciò che condivido?
Essere cristiani significa mettere Cristo al centro. Al centro della mia comunicazione chi c’è davvero? Ciò che voglio condividere mette sotto i riflettori me stesso o il mio Salvatore?
Questo non riguarda soltanto i nostri contenuti normali, ma anche quelli che all’apparenza possono sembrare spirituali:
“Guardatevi dal praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere osservati da loro, altrimenti non ne avrete premio presso il Padre vostro che è nei cieli.
Quando dunque fai l’elemosina … Quando pregate … quando digiunate …
In Matteo 6:1-16 Gesù denuncia l’oversharing di quei religiosi che riuscivano a trasformare perfino atti apparentemente spirituali (l’aiuto ai poveri, la preghiera e il digiuno) in pubblicità per sé stessi. Una descrizione impressionante che non ha perso un minimo di attualità in un mondo social cristiano in cui si finisce per mettere in vetrina[2] ogni aspetto della vita dei credenti e delle chiese, anche quelli che sembrano più sani e legittimi.
Il premio che avevano questi religiosi erano tanti like, condivisioni e visualizzazioni di chi avevano intorno. Tanto riconoscimento degli uomini, ma nessuna approvazione da Dio.

Ho avuto il tempo di riflettere su ciò che voglio condividere?
Il libro dei Proverbi ci insegna che “chi cammina in fretta sbaglia strada” (19:2) e che essere precipitosi nel comunicare è peggio che essere stolti (29:20). Condividere qualcosa prima di averci riflettuto con Dio, con sé stessi o con un circolo ristretto di confidenti (genitori, coniugi, amici stretti, ecc …) può fare danni, anzi risultare come semplice “vomito verbale”[3].
Una reazione quasi istintuale, un conato che ci spinge a buttare fuori senza pensare, senza fermarci, senza aspettare, quello che abbiamo dentro. Sui social, dove il pubblico è ampio e variegato, questo “vomito verbale” è quasi per definizione oversharing.
Ciò che condivido è coerente con la mia identità cristiana?
Ci sono una serie di comportamenti associati all’oversharing che i cristiani non dovrebbero adottare perché incompatibili con la loro identità spirituale.
Dovremmo evitare di condividere rabbia, malizia, calunnie e volgarità (Colossesi 3:8). Siamo chiamati a gestire la rabbia (Efesini 4:26, 31), liberarci di ogni amarezza (Efesini 4:31), senza cedere a scatti d’ira (Galati 5:20) o inutili mormorii (Filippesi 2:14).
Cosa riceveranno gli altri da ciò che condivido?
Molti di noi conoscono a memoria 1 Corinzi 10:23: “Ogni cosa è lecita, ma non ogni cosa è utile; ogni cosa è lecita, ma non ogni cosa edifica”. Prima di condividere sui social, chiediamoci qual è il valore che trasmettiamo agli altri.
Sto offrendo speranza, spunti di riflessione, o qualcosa che li connetta di più a Dio? O sto semplicemente “scaricando i miei sentimenti” facendo in modo che sia “tutto intorno a me”? È fondamentale vigilare su ciò che si dice e come lo si dice, poiché le parole rivelano lo stato del cuore e possono fare grande danno (Luca 6:45; Proverbi 29:11; Giacomo 3:5-12).
Come coinvolgo gli altri?
Duemila anni fa Paolo scriveva ai Filippesi di non fare “nulla per spirito di parte o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con umiltà, stimi gli altri superiori a sé stesso, avendo ciascuno di voi riguardo non alle cose proprie, ma anche a quelle degli altri” (2:3, 4).
Soprattutto quando si condividono storie che coinvolgono altri (familiari, amici, credenti della propria chiesa, colleghi), è fondamentale considerare come si sentiranno loro a vedere quei dettagli esposti pubblicamente.
Perché condivido?
Proverbi 16:2 dice: “Tutte le vie dell’uomo a lui sembrano pure, ma l’Eterno pesa gli spiriti”. Dato che il nostro cuore è ingannevole (Geremia 17:9), possiamo finire per ingannare noi stessi riguardo alle nostre reali motivazioni. Possiamo illuderci di scegliere determinate azioni per Dio o per il bene degli altri, quando in realtà siamo guidati da motivi egoistici. Dio non si lascia ingannare ed è colui che discerne i pensieri e le intenzioni del cuore (Ebrei 4:12).
Forse il più grande antidoto all’oversharing è essere brutalmente onesti, ma soprattutto chiedere a Dio saggezza nell’identificare i nostri “trigger”: le motivazioni, le situazioni o gli stati emotivi che ci spingono alla condivisione.
Se non sono sono buone, se sono dannose per noi e per gli altri, allora meglio non condividere. E se siamo delle “vittime” dell’oversharing altrui, allora possiamo pensare anche di stare fuori da un mondo social che si fa ogni giorno più tossico.

L’unica cosa che siamo chiamati a condividere
Gesù stesso ci ha insegnato la cosa più importante da condividere:
“insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate” (Matteo 28:19,20).
Qui su Svolta abbiamo tanti suggerimenti per condividere Gesù, la Sua vita e il Suo messaggio.
Questa è l’unica cosa che non possiamo non condividere. L’Evangelo (quello vero) mette Gesù al centro, è frutto di una profonda consapevolezza, è coerente con chi sono chiamato ad essere, darà sempre qualcosa di buono e utile a chi mi ascolta, influenzerà positivamente gli altri e sarà frutto della motivazione più pura che esiste: l’amore.
L’Evangelo è l’unica cosa che potremo mai condividere che ha la potenza di cambiare la vita delle persone “perché esso è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede” (Romani 1:16).
Andrea Botturi
[1] Lo sharenting è diventata una dinamica così comune che anche associazioni come Save the Children hanno lanciato l’allarme per tutelare i bambini, come in questo post, e il Garante della Privacy ha dato alcune linee guida ai genitori.
[2] Il sociologo Vanni Codeluppi parla di “Vetrinizzazione della Società”, e la vita cristiana purtroppo non è immune.
[3] In inglese si usa il termine “word vomit” per indicare le parole che escono dalla bocca senza pensarci, spesso quando si è ubriachi, imbarazzati, arrabbiati.




