«Un vecchio aveva tagliato della legna. La caricò sulle spalle e si avviò per una lunga strada. Il cammino era molto faticoso; perciò l’uomo appoggiò il fardello a terra e invocò la morte.
La morte apparve, e gli disse: “Perché mi hai chiamata?”. Il vecchio rispose: “Perché mi aiuti a portare questo fascio di legna.”»
Questa favola greca di Esopo, Il Vecchio e la Morte, ha circa 2.600 anni (è antica più o meno quanto la città di Agrigento). A cosa ti fa pensare?
A me dà l’idea dei macigni che ognuno di noi si porta dietro, nella solitudine; pesi che potrebbero diventare schiaccianti. Pesi che potrebbero portarci alla disperazione, indurci a pensare che l’unica via d’uscita sia la morte. Proprio da qui, da questa percezione, spesso nasce la cosiddetta “ideazione suicidaria”, cioè il processo interiore per cui si considera o si pianifica il suicidio.
Perché si parla così poco di suicidi? Probabilmente perché ci lasciamo condizionare da uno storico tabù. Perché è doloroso parlare di vite spezzate (spesso di germogli spezzati, dato che le statistiche parlano di un’importante incidenza del numero di giovani che scelgono di togliersi la vita)[1]. Tendiamo a non parlare di suicidi o a parlarne in modo inappropriato, stigmatizzando chi è vittima di sé stesso e di un male invisibile (“Perché l’ha fatto?!”) oppure colpevolizzando i familiari di chi ha compiuto il gesto estremo (“Possibile che nessuno si sia accorto di quello che la vittima stava maturando dentro di sé?!”). Intanto, quella dei suicidi rimane una strage globale: nel mondo, ogni 40 secondi una persona si toglie la vita. Una persona ogni 40 secondi!
Abbiamo bisogno di ricordare che il fenomeno dei suicidi ha a che fare non solo con il crollo psicologico irreversibile di qualcuno o con una drammatica vicenda familiare: è un fatto sociale, come suggeriva, già nel 1897, il sociologo Émile Durkheim nel suo celebre saggio Il suicidio.
Nel tempo le cose non sono migliorate. La pandemia da Covid-19 ha prodotto anche una pandemia di tipo sociale, psicologico e, non esitiamo a dire, spirituale; una pandemia caratterizzata da maggiore senso di solitudine e d’insicurezza, da un aumento di ansia e di disturbi depressivi rispetto al periodo pre-pandemico. L’Organizzazione Mondiale della Sanità negli ultimi anni ha difatti accertato un incremento di disturbi depressivi del 25%[2] e di suicidi.
Perché così tante persone la fanno finita?
Secondo il Manuale MSD (una delle risorse di informazioni mediche più utilizzate al mondo)[3] uno dei più comuni, quanto rimediabili, fattori di rischio per il suicidio è la depressione maggiore (detta anche endogena). Per intenderci, non è il comune abbattimento o scoraggiamento, che è umano provare in momenti di sconforto. Per depressione qui intendiamo il grave disturbo dell’umore, la profonda tristezza, disperazione e apatia costanti, cali dell’attenzione, pensieri negativi su di sé, sul proprio futuro e su chi circonda la persona, alterazioni del sonno e dell’appetito.
Altri fattori di rischio, in relazione al suicidio, sono rappresentati dal consumo di alcool e droga, che possono aumentare disinibizione (perdita dei freni inibitori) e impulsività, oltre a peggiorare l’umore. Evidenze scientifiche rivelano infatti che circa la metà delle persone che muoiono per suicidio era in stato di ebbrezza. Per alcoldipendenti e tossicodipendenti anche le fasi di sobrietà e di astinenza sono comunque rischiose. Come mai? Perché anche negli intervalli di non assunzione di alcool e droghe, chi ha problemi di dipendenze di questo tipo, è esposto al pericolo di tentati suicidi in preda a sensi di colpa e di fallimento.
Un’altra categoria molto esposta al rischio suicidio è costituita dalle persone con disturbo da gioco d’azzardo patologico (noto con l’acronimo GAP o con l’inglese gambling). Per venire in aiuto alla fragilità di queste persone, le quali spesso finiscono anche nella rete di usurai, sono disponibili i servizi sociali territoriali e varie iniziative di tipo pubblico.
Quali dati abbiamo nel nostro Paese? L’anno scorso, il dossier del Centro Studi ONS (Osservatorio Nazionale Suicidi)[4] ha riferito che nel 2022, ultimo anno per cui i dati sono disponibili, i suicidi in Italia sono stati 3.874. Secondo la ricerca, il maggior numero di vittime si trova al Nord e, in quasi il 79% dei casi, si tratta di uomini.
Ora veniamo alla domanda cruciale per noi: cosa ci dice la Bibbia sul suicidio?
Abimelec, il sanguinario figlio di Gedeone (uno dei giudici d’Israele), ordina al suo scudiero di ucciderlo con la spada, inscenando una morte dignitosa in battaglia. In realtà una donna lo aveva ferito a morte, alla testa, lanciando un oggetto pesante da una torre (Giudici 9:52-54).
Saul fa la stessa richiesta, “uccidimi”, sempre al suo scudiero, per non cadere nelle mani dei Filistei e non subirne l’umiliazione. Lo scudiero, però, si rifiuta di uccidere il re, dunque è Saul a lasciarsi cadere sulla sua spada, morendo trafitto (1 Samuele 31:4). Assistendo allo scioccante gesto estremo del re, lo scudiero di Saul si dà la morte a sua volta (1 Samuele 31:5, 6).
Nella Bibbia incontriamo anche Aitofel, consigliere personale del re Davide, noto per la sua saggezza. Aitofel sceglie di tradire Davide e di sostenere Absalom, l’ipocrita figlio del re che vuole rubare il trono al padre. Quando Aitofel scopre che la sua congiura contro il re sta fallendo, decide di impiccarsi (2 Samuele 17:23).
Leggiamo anche di Zimri, re per una settimana. Zimri, non vedendo più alcuna via di scampo, nel corso di un assalto dell’esercito nemico, dà fuoco al palazzo reale, dove, a quanto sembra, muore carbonizzato (1 Re 16:18).
E, infine, Giuda (Matteo 27:5), che si impicca, sopraffatto dal senso di colpa per aver tradito Cristo. Il discepolo tesoriere purtroppo non si pente davvero, non si ravvede e non confessa al Signore il male che aveva concepito e commesso. Non chiede e non riceve perdono da Dio.
Se esaminiamo questi profili, viene fuori, più o meno distintamente, il ritratto di persone che non si sono affidate a Dio, cercando in Lui aiuto o soluzioni. Sono persone che hanno sentenziato che non c’era più speranza per loro, imboccando quella che a loro avviso era la via d’uscita dal loro labirinto di problemi.
Quali sono alcuni princìpi biblici utili per la nostra speranza?
Ci sono alcuni princìpi biblici che possono aiutarci a pensare (e a pensarci) come fa Dio. Princìpi che possono illuminarci, donarci speranza e permetterci di sostenere chi non vede altro che la propria drammatica uscita di scena.
1. Dio ci ha donato la vita
Siamo stati creati a immagine di Dio (Genesi 1:26,27), per riflettere la bellezza della Sua natura e gioire della Sua presenza. Il Creatore è l’autore della vita, anche della nostra vita (Genesi 2:7). Per questo si può parlare di sacralità della vita e, se biblicamente bisogna amare gli altri come sé stessi (Levitico 19:18), il “non uccidere” (Esodo 20:13) va prima di tutto applicato alla nostra vita.
2. Dovremmo sempre scegliere la vita
“Scegli la vita” (Deuteronomio 30:19) è il grande invito fatto da Dio al genere umano, a cominciare da quanti Gli appartengono. Le parole dell’apostolo Paolo al direttore del carcere di Filippi, che stava per farla finita, possano toccare anche il nostro cuore: “Non farti del male!” (Atti 16:28). Non si può non pensare al ragazzo che, per l’azione dello spirito maligno, agiva con comportamenti autolesionistici, tentando più volte il suicidio (Marco 9:21,22). Biblicamente, il diavolo è un omicida, istiga al suicidio, mentre il Signore è venuto per donarci vita, vita in abbondanza (Giovanni 10:10).
3. Soltanto Dio ha il diritto di far morire e far vivere
Il re d’Israele fa questo tipo di dichiarazione (2 Re 5:7). Ricordando le parole senza tempo di Giobbe, uomo paziente: Dio dà e toglie, dona e riprende, anche la vita (Giobbe 1:20, 21). Dunque, solo il Signore ha il diritto di premere “stop”.
4. Non esistono strade senza sbocco
Spesso, dietro a pensieri di morte, ideazioni suicidarie, c’è un evento traumatico come un grave lutto, una dolorosa separazione, la perdita del lavoro.
Per esempio, Giobbe ha espresso il desiderio di morire (Giobbe 6:9,10). Mosè ha avuto il terrore di soccombere, di finire come schiacciato nel macchinario in cui il Signore lo aveva messo a lavorare, il Suo popolo, e una volta ha detto: “Signore, uccidimi Tu, prima che finisca male!” (Numeri 11:15). Il profeta Elia ha detto a Dio: “Ora basta! Portami via!” (1 Re 19:4). Anche il profeta Giona ha invocato la morte, chiedendo al Signore che gli sembrava lo avesse deluso: “Signore, per favore, riprenditi la mia vita!” (Giona 4:3,8,9).
Pensiamoci attentamente: Dio non ha mai esaudito i desideri di morte dei Suoi servitori. Per Giobbe, Mosè, Elia, Giona ed altri nella Bibbia (come alcuni autori dei Salmi), la risposta di Dio è stata non la concessione della morte, ma la Sua vita in loro! Il Signore non ha mai abbandonato nessuno nella notte della propria anima. Dio è speranza, in ogni situazione.
So che in poche parole è difficile riassumere quanto a questo punto si potrebbe dire, cercando di rispondere alla domanda: “Cosa fare quando siamo assaliti frequentemente da pensieri di disperazione e di morte?”.
Ecco alcuni consigli pratici
Fai della Bibbia il tuo pasto giornaliero. La Sua Parola ci fa vivere. Le parole del nostro Salvatore sono parole di salvezza, di vita. Oltre alla Parola di Dio, che è la base della nostra fede, anche delle buone letture cristiane possono incoraggiarti, aiutarti ad alimentare pensieri di vita, che vengono dal Signore.
Porta giornalmente al Signore i tuoi pesi, in preghiera. Parla con Dio delle tue paure, della tua sofferenza.

“Nessun uomo è un’isola”. Non tenere per te le tue angosce: apriti con una persona veramente amica, in famiglia, se puoi; con il tuo pastore, con qualcuno di fiducia al servizio di Dio con cui puoi raccontarti liberamente.
Considera un malessere psichico per quello che è: un problema di salute. Non una colpa, non una prova di poca fede o di scarsa spiritualità cristiana. Non disprezzare i benefici di un percorso di cura con l’aiuto di professionisti della salute. Siamo vasi di terracotta, che si possono fessurare visibilmente (come nel caso di una patologia evidente come una malattia cutanea) oppure in modi quasi impercettibili, come nel caso di disturbi depressivi.
Per concludere…
La Parola di Dio può illuminare la nostra oscurità interiore. Dio non frantuma chi già combatte con le proprie fragilità, non finisce chi si sta spegnendo. Quando siamo senza forze, il Signore può ridonarci la voglia di vivere, la forza di credere. Il Signore è con noi anche nella “valle dell’ombra e della morte”, come ci ricorda il Salmo 23.
Infine, una parola su chi si è tolto la vita. Storicamente, in molte chiese cristiane si è negato il servizio funebre a chi avesse commesso suicidio, o si presumeva che l’avesse fatto. Spesso si è pensato o si pensa che chi si è tolto la vita abbia automaticamente firmato la propria condanna eterna.
Due spunti di riflessione in merito:
- non spetta a noi stabilire quanto una persona fosse consapevole, lucida nel compiere un determinato gesto autodistruttivo. È evidente che il suicidio sia un grave peccato, che il volere di Dio sia sempre in favore della vita, come abbiamo visto, ma ci sono casi in cui le dinamiche di un suicidio restano poco chiare e nessuno può fornire una testimonianza attendibile sui fatti. Esistono inoltre patologie psichiatriche, malattie neurodegenerative, alterazioni genetiche, effetti collaterali di cure farmacologiche che possono compromettere la lucidità mentale, i riflessi e la stessa capacità di discernimento di una persona. Oltre a ciò, nessuno di noi può sapere se la persona che si è tolta la vita abbia avuto modo di invocare in tempo la grazia di Dio e ricevere il Suo perdono. Quando non sappiamo, non comprendiamo, è sempre meglio dosare le nostre parole e dire: “Signore, Tu lo sai”;
- i culti di funerale a cura di una chiesa cristiana, biblicamente, non sono funzionali ai defunti, ma servono per chi resta, perché i vivi possano fondare la propria fede sul nostro Salvatore, e non sui propri meriti. I funerali hanno lo scopo di dare conforto, attraverso il Vangelo, a chi piange il distacco da una persona cara. Sono occasioni di evangelizzazione (spesso la più efficace, dato che la gente solitamente è più predisposta a sentir parlare di fede, di futuro eterno, di conversione). Con il funerale svolto dalla comunità non si certifica la salvezza eterna di qualcuno, né si decreta la condanna eterna di qualcun altro: chi giudica è il Signore.
La tua vita, la vita di ognuno di noi ha un valore immenso, inestimabile. Vale quanto il proposito del nostro Creatore di darci il dono della vita. Vale quanto il sacrificio di Gesù Cristo, che si è sostituito a noi perché noi potessimo vivere con Lui per sempre.
Non dimenticare mai: qualunque momento terribile tu stia vivendo, la soluzione non è farla finita, ma conoscere o ritrovare “il Dio della speranza” (Romani 15:13).
Lui è sempre la via d’uscita, è sempre la luce. “Il Signore, il mio Dio, illumina le mie tenebre” (Salmo 18:28).
Gabriele S. Manueli
[1] I suicidi rappresentano la seconda causa di morte (dopo gli incidenti stradali) tra i giovani fra i 15 e i 19 anni nell’Unione Europea (fonte: Garante dei diritti del minore, dell’infanzia e dell’adolescenza, Consiglio Regionale della Puglia).
[2] Sito web delle Nazioni Unite: https://unric.org/it/oms-covid-19-aumenta-del-25-i-casi-di-ansia-e-depressione/.
[3] Manuale MSD, versione per professionisti: https://www.msdmanuals.com/it/professionale/disturbi-psichiatrici/comportamento-suicida/comportamento-suicida.
[4] Dossier dell’Osservatorio Nazionale Suicidi: https://documenti.camera.it/leg19/documentiAcquisiti/COM12/Audizioni/leg19.com12.Audizioni.Memoria.PUBBLICO.ideGes.72371.14-10-2025-19-40-05.720.pdf.


