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Tre cose che la pandemia può insegnarci sulla nostra fede

 

Se qualche anno fa ci avessero detto che avremmo vissuto un tempo in cui le nostre abitudini sarebbero state stravolte, da un momento all’altro, probabilmente non ci avremmo creduto.

 

Il nostro modo di vivere, infatti, si basa sull’idea implicita che il tempo sia più o meno controllabile: organizziamo viaggi, pianifichiamo raduni, lavoriamo per costruire il nostro futuro. Pensiamo e agiamo dando per scontato che la realtà che stiamo vivendo sarà la stessa che incontreremo domani, tra un mese, il prossimo anno.

 

Tutto ciò non è sbagliato, al contrario. Anche gli studi di psicologia hanno dimostrato che questa predisposizione interiore è necessaria per consentirci una vita serena e tranquilla: gli esseri umani hanno bisogno di stabilità e certezza.

 

Eppure, gli imprevisti accadono di continuo. Cosa succede, allora, quando il tempo ci sfugge e si rivela indomabile? Il problema dei giorni come quelli che stiamo vivendo, nasce tutto da qui: siamo stati di colpo immersi in una situazione in cui ci è stato tolto ogni controllo. Non possiamo semplicemente uscire, dobbiamo rispettare delle regole ben precise. Non possiamo pianificare il futuro con certezza: da un giorno all’altro un nuovo DPCM potrebbe stravolgere ogni equilibrio.

 

Quasi inevitabilmente, allora, sorge l’insicurezza, la paura, l’incertezza, l’ansia. C’è chi si ribella, chi cade nella depressione.

 

Da cristiani, abbiamo la responsabilità di porci come esempio: qualche tempo fa abbiamo parlato di come dovremmo vivere la nostra fede per essere cittadini responsabili e cristiani obbedienti. Ma c’è un’altra domanda che dovremmo porci: cosa ci può insegnare la pandemia sul nostro modo di vivere la fede?

 

1. Non governiamo il tempo

 

Perdere il controllo degli eventi ci ricorda che non vi è nulla di certo sul domani. Non possiamo pensare di gestire il tempo, né di avere la nostra vita in mano. Mosè lo sapeva molto bene, e infatti nel Salmo 90 troviamo scritto: «Insegnaci dunque a contare bene i nostri giorni, per acquistare un cuore saggio» (Salmo 90:12).

 

Proprio come il periodo che stiamo vivendo, questo versetto ci invita a porre mente al tempo che abbiamo in custodia: per imparare a guardare alla fine, per acquistare sapienza, per tenere a mente la differenza che c’è tra la nostra misera umanità e la gloriosa divinità di Dio (Salmo 90:4,5).

 

2. Crediamo in un Dio che è al di sopra del tempo e ha il controllo su ogni cosa

 

Prendere coscienza dell’incontrollabilità del tempo può portare a insicurezza e panico: probabilmente in questi ultimi mesi lo abbiamo sperimentato anche sulla nostra pelle. In questi casi, è facile che la gente impazzisca e vada alla ricerca di sicurezze surrogate. C’è chi si affida alle notizie, che ricerca ossessivamente per avere la sensazione di controllare ciò che accade. Oppure, c’è chi dipende dalle conferenze stampa, da un politico, dal medico di turno che sembrerebbe possedere la verità.

 

Da cristiani, questo è il momento in cui dobbiamo affidarci a Dio. Il tempo che viviamo è il tempo in cui si può – e si deve – imparare ad esercitare la fede. Non ci sono altre vere sicurezze, non possiamo fondarci su noi stessi e sulle nostre capacità: possiamo solo decidere di fidarci dei pensieri che Dio medita per noi (Geremia 29:11).

 

Nel libro Le ferite che mi hanno formata, Vaneetha Rendall Risner descrive la sofferenza come un dono attraverso cui è possibile sperimentare la completa dipendenza da Dio. Solo quando viviamo situazioni in cui le nostre abituali certezze vengono spazzate via siamo obbligati a fare riferimento all’unico fondamento sicuro e stabile: il Signore, la luce che le tenebre non potranno mai sopraffare (Giovanni 1:5).

 

Imparare a dipendere da Dio è lo scopo della nostra esistenza, non solo per un periodo come questo: solo così, infatti, possiamo afferrare le Sue promesse e vivere una vita che grida al mondo una speranza incrollabile.

 

3. Possiamo accettare il tempo che viviamo e scoprire cosa ha da offrirci

 

In Ecclesiaste è scritto che «per tutto c’è il suo tempo […] un tempo per piangere e un tempo per ridere […] un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci» (Ecclesiaste 3:1,4,5). In poche parole, questo versetto sottolinea che esistono delle stagioni dell’esistenza e della storia, dei periodi che hanno caratteristiche e scopi diversi.

 

E in un periodo che sembra non portare altro che dolore e sofferenza, è importante tenere a mente che Dio ha predisposto un tempo per ogni cosa, e che «ha fatto ogni cosa bella al suo tempo» (Ecclesiaste 3:11). Solo con una prospettiva che parte da questa consapevolezza, infatti, possiamo imparare ad accogliere il tempo che ci è stato assegnato, per viverlo fino in fondo.

 

Del resto, in Ecclesiaste è anche scritto: «Non dire: “Come mai i giorni di prima erano migliori di questi?”, poiché non è da saggio domandarsi questo» (Ecclesiaste 7:10). L’insegnamento biblico, a questo punto, è chiaro: la domanda da farsi non è «perché?» ma «a quale scopo?».

 

Nella Bibbia sono moltissime le storie di uomini e donne che hanno vissuto difficoltà e sofferenze (pensiamo a Daniele, a Geremia, a Giona, a Rut). In tutte queste situazioni, Dio si è sempre dimostrato capace di trarre il bene dal male (Genesi 50:20). Quello che dobbiamo chiederci, allora, è: cosa vuole Dio da me ora, proprio in un tempo come questo?

 

«E chi sa se non sei diventata regina appunto per un tempo come questo?» (Ester 4:14)

Rebecca Molea

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