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Soul, un film Disney sull’anima

Che riflessioni possiamo fare su “Soul”, ultimo colossal di animazione Disney, che parla dell’anima e dell’al di là? Ecco la nostra “recensione”.


Un lungo cartone animato interamente focalizzato sullo spirituale e l’ultraterreno. Se qualcuno fosse andato a proporlo cinquant’anni fa a Walt Disney per uno dei suoi primi cortometraggi per bambini, probabilmente sarebbe stato reindirizzato più o meno garbatamente verso una chiesa o una facoltà di teologia, perché contesto più idoneo per trattare queste tematiche. Ma non siamo più nel Novecento, la cultura e la religiosità sono cambiate definitivamente nella società in cui viviamo e nessuno si scandalizza più di fronte a una proposta del genere. In fin dei conti, per quanto ogni nuovo film della Disney faccia notizia ogni anno, questo nemmeno più di tanto (in parallelo si è conclusa l’anno scorso la serie forse più famosa degli ultimi cinque anni, The Good Place, che trattava tematiche analoghe).


Eppure Soul, letteralmente “anima”, può considerarsi una pietra miliare, una cartina tornasole per capire insieme come è cambiato il mondo, e forse anche la chiesa, nelle ultime generazioni. Nella recensione che segue cercheremo di evitare gli spoiler (se fosse redatto un decalogo di questa generazione, sicuramente “fare spoiler” comparirebbe fra le colpe più gravi!), sperando che ciò non renda il contenuto troppo confuso a chi non ha visto il film. 


C’è da dire che esso può risultare confuso di suo, perché è complesso, rapido, denso di contenuti e colpi di scena, non sempre facilissimo da seguire. È stato scritto “Soul condensa in cento minuti un secolo di psicanalisi, ci mette di fronte al nostro vissuto, ai nostri desideri, a quello che abbiamo fatto e a quello che verrà, inclusa la morte” (recensione di Fumettologica), “è uno sforzo tortuoso di rispondere alle grandi domande della vita” (recensione dell’Agenzia Giornalistica Italia). Mentre non sono pochi coloro che si chiedono se il film sia davvero adatto ai bambini (vd. per esempio la recensione del Post), dando spesso una risposta negativa, pare molto probabile che i maggiori spettatori del film saranno quelli che si collocano fra i bambini e gli adulti, gli adolescenti, a cui in ogni caso alcuni concetti arriveranno “forti e chiari”.


Dopo la vita non c’è niente


Il film ribalta la priorità che compete solitamente all’ultraterreno e invece di parlare tanto del “Great Beyond” (il “Grande Oltre”, tradotto “l’Oltremondo”, nel film identifica quello che avviene dopo la vita su questa terra e compare soltanto per poco tempo e in poche scene), dedica molta più minuti e attenzione al “Great Before” (il “Grande Prima”, tradotto “l’Antemondo”), quello che è il percorso di ogni anima prima di incarnarsi in un corpo umano. 


Il messaggio sottile, ma inequivocabile, è che non c’è niente di davvero interessante dopo questa vita terrena… c’è l’annullamento, rappresentato nel film da uno scintillio sullo sfondo di una grande luce bianca e un rumore simile a quello degli insetti che finiscono nella lampada che usiamo d’estate contro le zanzare. In controtendenza con tutte le maggiori religioni oggi esistenti, che prevedono in una forma o l’altra la vita dopo la morte, in Soul la questione non solleva neppure qualche esitazione, reazione, preoccupazione o riflessione: tutti possono vivere (e andare avanti con il film) tranquillamente pur scoprendo che non esiste un vero aldilà come condizione definitiva.


Spiritualità senza Dio


Il film descrive un mondo pervaso di spiritualità, dai medium (sì, medium!) agli artisti capaci di entrare in sintonia con il regno dell’invisibile tramite la loro musica o il loro mestiere, e tutti potenzialmente capaci, mediante la propria spiritualità, di entrare in contatto con gli spiriti dei morti che per qualche ragione non sono stati ancora disintegrati e che a loro volta, con un po’ di sforzo e furbizia, possono anche eccezionalmente tornare sulla terra, impossessandosi del corpo di qualcun altro. Il tutto in uno spettacolo ovviamente straordinario, nella migliore tradizione Pixar e Disney, fatto di gag, di immagini dal grande impatto visivo e musiche affascinanti, in alcuni casi con risultati anche superiori al passato: d’altronde, la tecnologia va sempre avanti e il tema si presta a raffigurazioni astratte e audaci…


In Soul la spiritualità non fa paura e soprattutto è ovunque, non merita spiegazioni ma piuttosto la domanda “come posso controllarla? come posso fare in modo che questo regno spirituale faccia quello che voglio fare io, per esempio tornare sulla terra anche se in realtà sono morto?”. Non conta capire, conoscere le origini, i principi (per quello allo spettatore devono bastare un paio di frasi stringate, dense di terminologia scientifica ma prive di significato), quello che conta è controllare, dominare, come nella magia o nell’alchimia medioevale, con un retrogusto che sa però del tipico pragmatismo contemporaneo. Nell’universo spirituale descritto da questo film Disney non c’è bisogno di un Dio a regnare, sovrintendere, guidare e amare: Soul non ha bisogno di una divinità e tantomeno di un Signore.


Godersi la vita


Alla fine tutto ciò che conta davvero, più ancora di avere obiettivi o risultati nella vita (che in fin dei conti per Soul è ripetutamente paragonato ad avere un’arida fissazione), è “godersi la vita“: nelle piccole cose, nelle sensazioni, nei piccoli piaceri di ogni giorno (così Soul dice allo spettatore minorenne, che dopo aver recepito il messaggio, però, da grande forse, per “godersi la vita”, coerentemente cercherà piaceri più grandi…). In Soul c’è l’esempio di un’anima che pur avendo ricevuto nell’Antemondo un’introduzione alla vita da parte delle anime più nobili della storia, che le hanno fatto da mentore, da Lincoln a Maria Teresa di Calcutta – si noti, una figura religiosa-, alla fine per convincersi davvero a incarnarsi, per giungere cioè a ritenere la vita sulla terra degna di iniziare a essere vissuta, dovrà sperimentare qualcosa di più grande di tutte le grandi cause che le erano state proposte: un trancio di pizza.


Al di là della simpatia che trasmette questo messaggio, e dell’onore che come italiani possiamo anche provare nell’immaginare di essere associati a questa esperienza straordinaria, degna di dar senso alla vita, che è mangiare una pizza, è evidente che siamo davanti a una visione della vita ancora più netta del “Carpe diem” che tutti gli adolescenti studiano a scuola senza troppo comprendere o interiorizzare. È la perfetta sintesi di un film in linea con quanto scriveva l’apostolo Paolo nella prima epistola ai Corinti, 15:32: “Se i morti non risuscitano, «mangiamo e beviamo, perché domani morremo»”.


Secolarismo spirituale


Il termine che i sociologi usano per descrivere questa visione filosofica (e comunque religiosa) predominante al giorno d’oggi è “secolarismo spirituale”. “Secolarismo” perché tutto ciò che conta per l’occidentale contemporaneo è letteralmente il “presente secolo”, inteso esattamente come la vita su questa terra. “Spirituale” perché a differenza dell’ateismo più duro e tipico del Novecento ammette l’esistenza di esperienze e realtà spirituali che vanno al di là della realtà scientifica, ed è aperto a sperimentarle con ottimismo e senza troppe remore, purché non gli si chieda di “ubbidire” o sacrificare qualcosa di quelle piccole gioie che rendono la sua vita su questa terra degna di essere vissuta. 


La spiritualità esiste in questa concezione unicamente al servizio dell’individuo, per espandere la sua esperienza (il più possibile piacevole) di questa vita. Ciò è in radicale contrapposizione con il Cristianesimo biblico che descrive le sane esperienze spirituali come preludio e anticipazione della vita ultraterrena, o per usare il linguaggio evangelico, del “cielo”.


La vera Vita


Parlando della vita nel corpo terreno, l’apostolo Paolo scrive: “Poiché noi che siamo in questa tenda gemiamo, oppressi; e perciò desideriamo non già di essere spogliati, ma di essere rivestiti, affinché ciò che è mortale sia assorbito dalla vita. Or colui che ci ha formati per questo è Dio, il quale ci ha dato la caparra dello Spirito.” (2 Cor. 5:4-5)


La vera vita in queste parole è dopo l’esperienza terrena. L’esperienza dello Spirito (lo scriviamo, questa volta, in italiano, e con la “S” maiuscola per riconoscerne l’autorità… parliamo dello Spirito di Dio, dello Spirito del Signore) è una caparra, intesa come un dono o pagamento preliminare a una completa attuazione esaustiva che avverrà dopo questa vita.


Non mettiamo in dubbio il piacere anche rilassante e salutare di una passeggiata o di un bel tuffo nel mare. Non mancano nella Bibbia, soprattutto nel libro dell’Ecclesiaste, apprezzamenti anche ai piaceri della tavola o di un buon vino, ma anche questi sono ombre, un assaggio preliminare rispetto alla piena esperienza, anche fisica e corporale, che avremo dopo essere risorti.


Eh sì, perché differentemente da quanto assumono i creatori di Soul, la vita su questa terra non è l’unica volta in cui avremo un corpo fisico: parte della notizia sconvolgente e senza precedenti del messaggio cristiano è la resurrezione dei corpi, a partire da quello di Gesù. “Infatti, poiché per mezzo di un uomo è venuta la morte, così anche per mezzo di un uomo è venuta la risurrezione dei morti.” (1 Corinzi 15:21). Questo cambia tutta l’equazione. È molto bello innamorarsi della vita -come enfatizza per esempio questa recensione -ma come scrivevamo su questo blog già anni fa, una vita non ci basta“.


Per quanto ci riguarda, per quanto possa essere bello il trailer di questo miracolo chiamato vita, ci teniamo a vedere la migliore versione dell’opera completa! Perché se la vita sulla terra è bella, crediamo che la vita in cielo sarà infinitamente più straordinaria, ci fidiamo delle parole di Gesù a tal proposito! Recepire le assunzioni del film Soul rimane utile per capire quali valori e quale interpretazione della vita sono sempre più dominanti nelle menti delle nuove generazioni, anche a livello inconscio (sappiamo tutti quanto è influenzabile il cervello umano, specie dei minorenni). Utile per capire quella fame che ci circonda di spiritualità, di esperienze che vanno al di là del visibile e dello scientifico. E forse quella fame che abbiamo anche dentro di noi.


Le domande più importanti


Soul resta invece un film deleterio in quella sua rapidità che spegne senza esitazione domande che l’essere umano nei millenni ha sempre avuto (“esiste un Dio? c’è vita dopo la morte?”) e dovrebbe continuare a porsi seriamente, senza sottovalutarle o minimizzarne l’importanza. Perché se un aldilà esiste, abbiamo una grande opportunità di determinare la nostra destinazione eterna. No, non siamo su questa terra soltanto per fare la “bella vita”, fosse anche il piacere più nobile e poetico di incantarsi di fronte “alla bellezza delle nuvole come allo stupore di un bambino davanti a una foglia che cade” (recensione di BL Magazine). 


C’è il rischio che questo fraintendimento ci riguardi anche come giovani evangelici, così come è anche un errore quando immaginiamo che ad attrarre il mondo intorno a noi possano essere i nostri talenti o i nostri risultati organizzativi, invece di avere il coraggio e la saggezza di parlare schiettamente della nostra spiritualità, in un mondo che adesso rispetto al passato la cerca, ama parlarne ma è più confuso che mai.


“Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi perderà la sua vita per amor mio e del vangelo, la salverà. E che giova all’uomo se guadagna tutto il mondo e perde l’anima sua? Infatti, che darebbe l’uomo in cambio della sua anima?” (Gesù, Vangelo di Marco 8:35-37).

Francesco Cataldo

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