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Evangelizzare con Dio: la Storia di Nasrin

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Nasrin era seduta sul bordo del suo letto, e stava riflettendo se fosse il momento di togliersi la vita. Ogni mattina si svegliava e prendeva in considerazione l’eventualità di farla finita.

Soltanto una cosa la tratteneva. Appuntata sulla sua libreria c’era un’immagine di carta spiegazzata non più grande di un pacchetto di sigarette. Un regalo inaspettato da parte di un altro membro della comune in cui viveva. Il solo fatto di guardarla la faceva desistere di colpo dal suo proposito di farla finita e la convinceva a darsi un’altra possibilità.

Aveva soltanto ventitré anni. Ma la sua biografia era lunga. Era nata a Teheran, in Iran, in una famiglia persiana. Nel corso dei suoi primi sei anni, i suoi genitori si spostarono in Turchia, Spagna e, infine, in Svezia. Con il tempo, il padre divenne un fondamentalista islamico. Egli iniziò a prepararla per divenire una moglie musulmana assolutamente devota. Fu indottrinata e credette con tutto il cuore nell’Islam, fino a quando, all’età di tredici anni, non fu presa in affido, visti i gravi problemi che affliggevano quel nucleo familiare. E cominciò a cambiare. Mentre viveva la sua adolescenza, trovò inaccettabili le esigenze del dio descritto nel Corano e la sua incapacità di soddisfarle. Concluse che era un despota. Esigeva un’ubbidienza di cui lei era incapace. Così perse la pazienza. A sedici anni decise che non voleva più credere e si sentì sollevata e felice all’idea di essersi sbarazzata di questa tirannia.

Nel corso degli anni, maturò una radicale forma di avversione nei confronti della religione. Il suo ragazzo, un simpatizzante dello scrittore Sam Harris, esponente del Nuovo Ateismo, alimentò ulteriormente la sua ostilità nei confronti di Dio. Il loro rapporto consolidò la sua personale adesione all’ateismo. Ma si rese conto che, in assenza di una visione trascendente, la vita, oggettivamente, non avrebbe avuto alcun senso. I suoi docenti di filosofia le dissero di cercare in sé stessa il significato della vita. Ma questo le sembrava un esercizio del tutto vacuo. Soltanto perché si decide che qualcosa nella vita debba avere valore, questo non significa che lo abbia realmente. L’unica risposta onesta all’ateismo riteneva che fosse la disperazione e la depressione. Tutto il resto era un vano tentativo di negare questa penosa evidenza. Le bastò poco per trovarsi seduta sul bordo del letto e meditare come avrebbe potuto farla finita. Perché continuare a vivere, se niente aveva veramente senso?

Ma poi c’era quell’immagine sgualcita. La prima volta che l’aprì pensava fosse uno scherzo. Il suo compagno di stanza, un collega ateo con tendenze buddiste, l’aveva comprata in occasione di un viaggio in Ucraina. Disse che aveva avuto uno strano impulso ad acquistarla proprio per lei. La prese tra le mani, la scartò e vide quello che sembrava un fumetto su Gesù. Chiaramente il suo amico la voleva prendere in giro, ironizzando sulla sua ostilità alla religione. Lei la aggiunse all’eclettica collezione di immagini e oggetti che teneva sul suo scaffale.

Poi accadde qualcosa di strano. Mi disse in seguito che “ogni volta che la guardavo, mi sentivo un po’ più leggera; tutto quel buio diventava meno pesante, migliore … Non potevo trovare delle spiegazioni e pensai che stavo diventando pazza, ma non potevo negare quella sensazione, così la riposi sullo scaffale”.

Questa esperienza si ripeteva puntualmente ogni volta che le dava uno sguardo. Così andò in biblioteca e prese in prestito un libro su Gesù. L’autore descriveva Dio come colui che “lasciò la sua corte celeste per raggiungere le persone”. Era qualcosa di molto diverso rispetto alle immagini di Dio che l’avevano accompagnata fin dalla sua infanzia. Si trattava di una prospettiva assolutamente desiderabile. Eppure era ancora convinta del suo ateismo. Poteva essere rimasta colpita da quell’immagine di Gesù, o da quel libro. Ma, dal punto di vista intellettuale, niente di religioso avrebbe potuto rappresentare una valida opzione.

Una notte, dopo un ennesimo giorno trascorso in bilico tra la voglia di vivere e la spinta a farla finita, Nasrin era sola nella sua camera e sentì che “improvvisamente c’era qualcuno nella stanza, come quando una persona cammina alle tue spalle e tu ne percepisci la presenza, e comunque anche se la vedi non la puoi toccare”.

Istantaneamente si ritrovò pervasa da sentimenti che non aveva mai provato in precedenza. Nasrin sostiene che fu “come quando ci si innamora, anche se tutti questi sentimenti li provai in una sola occasione, mi circondavano da ogni lato e saturavano il mio cuore. Una sequenza di parole cominciò ad affluire alla sua mente con una chiarezza senza precedenti. In ciò che avvertiva c’era un ritmo quasi poetico:

Io esisto,
Ti amo,
Puoi vivere con me,
Riposa in me,
C’è un senso,
Non arrenderti.

Questa serie di frasi si ripeté più volte seguendo il medesimo ordine “finché non compresi a fondo”. Poi all’improvviso, così come erano iniziate, quella presenza e quelle parole svanirono. Era stordita, ma immediatamente cercò qualche spiegazione razionale. Stava impazzendo? Non riusciva a concepire che Dio stesso avesse potuto farle visita a domicilio, nella estrema periferia di Stoccolma. Ma resisteva, tutto questo non poteva avere nulla a che fare con Dio. Almeno non quello con cui era cresciuta. Non avrebbe mai potuto coltivare un rapporto così personale e dirle proprio quelle cose. Poi si ricordò di Gesù. A questo punto la persona di Cristo divenne il centro delle sue ricerche su Dio. Nel corso dell’anno si recò a più riprese in biblioteca, prendendo in prestito altri libri su di Lui. Mise temporaneamente da parte i suoi propositi di suicidio, nella speranza che la sua esperienza fosse qualcosa di reale. Ma, queste sono le sue parole: “Soltanto per il fatto che ci si senta bene, non significa che ciò sia reale”. Eppure la plausibilità mancava ancora.

Alla fine si imbatté in un libro scritto da Stefan, un autore che evangelizza nelle università e dirige una scuola di apologetica a Stoccolma. Così cercò il suo profilo su Internet, gli mandò una mail, e iniziò una fitta corrispondenza. Poi cominciarono dei dialoghi diretti nella scuola. Si considerava ancora atea e non aveva rinunciato alla sua ostilità nei confronti di Dio. Eppure era pronta a dialogare con qualcuno che avrebbe potuto rispondere alle sue domande.

Dodici mesi dopo diede il suo cuore a Gesù.

Evangelizzare con Dio

La storia di Nasrin non può lasciare indifferenti. Provo i brividi soltanto a scriverla. Ma è più di un semplice racconto di arrendimento, contiene anche una caratteristica comune a ogni cammino spirituale: accade qualcosa di imprevisto, senza che alcuno lo abbia pianificato.

Ricordati: “con Dio e non soltanto per Dio”. Scolpisci queste parole nella tua mente. Ma non trascurare il fatto che l’evangelizzazione, comunicare Gesù e invitare gli altri a seguirlo, è qualcosa che dobbiamo fare noi, anche se non è un compito che intraprendiamo da soli.

Nasrin ancora per un paio di anni rimase legata al suo ateismo, anche dopo quell’incredibile esperienza nella sua camera da letto. Quel momento spezzò la sua indifferenza nei confronti di Dio e aprì la sua mente a nuove possibilità, ma come persona razionale non poteva ancora affermare l’esistenza di Dio. Aveva ancora bisogno di ricevere risposte alle sue domande e di conoscere l’Evangelo: questo accadde soltanto dopo l’incontro con Stefan.

Stefan rispose sempre con calore e gentilezza alle sue domande. Prese tutti i suoi interrogativi sul serio e li ascoltò con attenzione. Dette gentilmente risposte convincenti alle sue perplessità e lasciò Nasrin sempre con una nuova serie di domande su cui riflettere. Fu così che una ragazza ex-islamica, atea e femminista radicale passò dall’ostilità alla scelta di seguire Gesù con passione. Oggi è sposata con un credente e cresce i suoi quattro figli nell’amore e nella conoscenza di Dio.

Nasrin arrivò al punto di dirmi che, se non fosse stato per le conversazioni che ebbe con Stefan, non avrebbe mai compiuto il passo definitivo in direzione di Gesù. Stefan si rivelò indispensabile. Ma ha rappresentato soltanto una parte dell’esperienza di Nasrin con Dio.

Questo è esattamente ciò che il Nuovo Testamento ci spinge a comprendere. L’apostolo Paolo dice: “Io ho piantato, Apollo ha innaffiato, ma Dio ha fatto crescere” (I Corinzi 3:6). Le piante germogliano e i fiori si sviluppano attraverso dei precisi processi biologici. Non sei tu a convertire le persone, così come non puoi pretendere che, stando tutto il giorno con la mano in un vaso di fiori, alla fine germogli un tulipano. Eppure, anche se non sei tu che fai fiorire le piante, puoi favorire o impedire la loro crescita. Il nostro compito è di piantare e irrigare. Una parte ti è stata assegnata sicuramente. Ma la maggior parte dell’opera è riconducibile direttamente a Dio, anche se neppure un grammo di energia spesa per far conoscere Cristo andrà mai sprecato.

È sempre opportuno verificare se evangelizziamo con Dio. Lui è l’autore degli “imprevisti” che cambiano le situazioni. Sconvolge le nostre aspettative, attraendo le persone facendo visite a domicilio alla periferia di Stoccolma. Confida nel fatto che, mentre semini e gli amici innaffiano, Dio opererà per far crescere le cose in qualunque contesto ti trovi.

 

– Questa storia è tratta da “Gesù Oggi – Evangelizzare atei, spirituali non religiosi e cristiani nominali” e puoi ordinarlo qui

 

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