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Come Combattere e Vincere la Stanchezza

 

Conosciamo due tipi di stanchezza. Quella fisica, causata da sforzi intensi, momentanei o perduranti. Quella spirituale, causata da sforzi dell’animo: perdonare ripetuti sbagli, sopprimere la rabbia, l’orgoglio, le passioni carnali, la paura… e si aggiungerebbero esempi a non finire al riguardo.

Non potendo trattare ogni tipo di stanchezza nel suo microcosmo, occupiamoci invece di come combatterla nel macrocosmo.

 

Un esempio di vita a cui ispirarsi

 

Molte persone hanno un modello a cui ispirarsi ed è assodato che i cristiani dovrebbero prendere come riferimento certo e sicuro Cristo Gesù.

Ma vivere per Cristo non è sempre facile. Benché la Sua pace ci accompagni lungo l’intero cammino terreno, sappiamo che la via che percorriamo non è simile a un’autostrada, ma somiglia piuttosto a un percorso sterrato e tutt’altro che pianeggiante. Sappiamo altresì che il nostro traguardo è la vita eterna alla presenza di Dio, in un regno di pace e giustizia.

 

Cristo stesso non illude nessuno che desideri avvicinarsi sinceramente alla croce, dichiarando: “Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano” (Matteo 7:14).
Tuttavia promette anche: “Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente” (Matteo 28:20).

Il cammino non sarà sempre facile; a volte si rivelerà stancante, doloroso e ostacolato da chi invece dovrebbe passarci una bottiglietta d’acqua, ma varrà sicuramente la pena non fermarsi.

 

Guardare a Cristo

 

Ecco il motivo del condizionale “dovrebbero” usato all’inizio del paragrafo precedente. I cristiani sono chiamati a vivere la collettività della chiesa. Tuttavia questa convivenza non è facile, in quanto siamo inclini a volgere lo sguardo verso gli altri, lasciando che i loro sbagli, veri o presunti, indeboliscano la nostra fede.

 

Ognuno di noi non tollera qualcosa nel comportamento altrui. Vero è che alcune falle sono evidenti e creano scandali serpeggianti e velenosi che scoraggiano gli animi più sensibili, fino a far perdere loro di vista Colui che è perfetto. Alcuni arrivano ad abbandonare la chiesa, dove ognuno di noi è chiamato a portare qualcosa di buono, sempre, anche quando non riceve nulla in cambio, o addirittura riceve offese e delusioni.

 

Qual è l’attitudine giusta?

 

Di sicuro, quando ci si imbatterà in una palese cattiva testimonianza, sarà bene far precedere il desiderio di giudicare da un sincero esame dei propri peccati. Probabilmente ci scopriremo costretti a spostare lo sguardo verso l’infinita misericordia di Dio nei confronti della Sua Chiesa e, anzitutto, nei nostri riguardi.
Ovviamente, come dichiara l’apostolo Paolo, questo non deve diventare permissivismo, né scusante per i propri errori volontari. “Che diremo dunque? Rimarremo forse nel peccato affinché la grazia abbondi? No di certo! Noi che siamo morti al peccato, come vivremmo ancora in esso?” (Romani 6:1-2).

 

Se la nostra fede vacilla a causa del comportamento di altri membri di chiesa, ciò significa che non guardiamo veramente a Cristo. Ne segue che il nostro modello di riferimento non è Cristo, bensì il nostro prossimo. Se invece il nostro modello è realmente Cristo, ci impegneremo a essere come Lui a prescindere.

 

Il vero credente non si scoraggia?

 

Tutt’altro! Un cristiano sa che il cammino è duro e faticoso, che a volte si sentirà solo, anche abbandonato da Dio. Ma non mollerà, perché confiderà nella Parola di Dio, prendendo atto che il suo smarrimento altro non è che una menzogna, un ostacolo lungo il cammino, messo lì per farlo inciampare e cadere. Gettare la spugna significherebbe semplicemente smettere di correre, autoeliminarsi dalla gara, perdere, o meglio: decidere di perdere.

 

“Ora, noi non siamo di quelli che si tirano indietro a loro perdizione, ma di quelli che hanno fede per ottenere la vita” (Ebrei 10:39). La Bibbia ci dice di correre la corsa e vincere. Come si vince? Non tagliando il traguardo per primi, ma semplicemente tagliando il traguardo.

 

Una maratona da vincere

 

Conoscete la storia di John Stephen Akhwari? Con il numero 36 in maglia, John, durante la maratona olimpionica svoltasi in Messico nel 1968, si ferì a una gamba pochi metri dopo la partenza. Benché le ferite richiedessero di recarsi in infermeria per ricevere cure adeguate, decise invece di continuare la gara, pur zoppicando.

 

Accadde che tutti tagliarono il traguardo, e sia giuria che pubblico si apprestavano ad abbandonare la cerimonia, quando qualcuno annunciò che c’era ancora un maratoneta in gara e stava per arrivare alla meta. John tagliò il traguardo con più di un’ora di ritardo rispetto al primo in classifica al quale, inutile dirlo, rubò il posto, con il suo gesto, sotto i riflettori.

 

Quando lo intervistarono chiedendogli perché non avesse rinunciato, viste le ferite sanguinanti al ginocchio, lui rispose che il suo paese, la Tanzania, e il suo presidente, Julius Nyerere, lo avevano mandato a partecipare a quella gara per terminarla, non per arrendersi.

 

Questa vicenda sembra riflettere le parole dell’apostolo Paolo: “Ma non faccio nessun conto della mia vita, come se mi fosse preziosa, pur di condurre a termine la mia corsa e il servizio affidatomi dal Signore Gesù” (Atti 20:24).

Cosa ci rende diversi da John? Abbiamo realizzato Chi è che ci ha chiesto di gareggiare? Oltretutto sappiamo anche di non dover fare affidamento unicamente sulle nostre forze: “Io posso ogni cosa in Colui che mi fortifica” (Filippesi 4:13)!

Raffaele Dionisio

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