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“V” come videogioco o “V” come violenza?

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 Il pericolo reale del virtuale

Concentrazione alle stelle, occhi incollati al monitor, mani infallibili e rapidissime nel colpire e uccidere ammassi di… pixel dalle sembianze di uomini e di terribili mostri. Forse ti senti a casa tua nell’universo virtuale di picchiaduro e sparatutto dalle grafiche sofisticate, in grado di garantirti un’esperienza di gioco sempre più attraente e immersiva; trovi quantomeno barbose le prediche degli adulti che sembrano proprio fissati con la vecchia storia secondo cui i videogiochi violenti possono indurre alla violenza chi li usa e accentuare tendenze aggressive che rischiano di scavalcare la barriera della virtualità ed esplodere nella vita reale.

«È solo un gioco!», protesti con un sorriso e una punta di stizza, ma… che ne dici se proviamo a parlarne un po’?

Una premessa è d’obbligo. L’universo dei videogames non è popolato esclusivamente di videogiochi violenti: non mancano, infatti, giochi come i classici OXO, Tennis for Two e Pong che, simulando competizioni sportive e d’intelligenza, stimolano in modo divertente i neuroni dei giocatori.

Non è di questi, comunque, che vogliamo occuparci qui: pensiamo, piuttosto, a giochi dichiaratamente violenti come il gettonatissimo Assassin’s Creed, attualmente giunto al traguardo di ben dieci capitoli principali e sette spin-off che, ambientati in varie epoche, vedono come protagonisti i membri della Confraternita degli Assassini, la quale, sulla base di un vero e proprio credo, mira a ripristinare uno stadio perfetto di giustizia e civiltà attraverso il ricorso alla violenza.

È su videogiochi di questo tipo che si è acceso ormai da anni un dibattito che coinvolge esperti di vari settori: psicologi, educatori, sociologi, sviluppatori di videogames.

La domanda resta sempre la stessa: esiste un legame diretto e dimostrabile tra i videogiochi violenti e l’inclinazione alla violenza, verbale e fisica, osservabile soprattutto nei bambini e negli adolescenti? Se la risposta è affermativa, quanto una condotta aggressiva può addebitarsi all’influenza dei videogames?

Senza pretendere di fornire risposte specialistiche, vorremmo almeno portarti a riflettere, alla luce della Bibbia, su alcuni aspetti della questione.

1. Una violenza “catartica”?

Secondo i fautori della cosiddetta “teoria della catarsi”, la pratica virtuale della violenza permetterebbe al videogamer di incanalare i propri istinti aggressivi in una direzione del tutto innocua, evitando così di “scaricarli” nella vita reale.

In altre parole, picchiare o eliminare nemici fatti di pixel costituirebbe una valvola di sfogo utile a scongiurare il rischio che il giocatore scateni la propria rabbia e le proprie emozioni violente contro esseri umani in carne e ossa. Anche ammettendo, in via puramente ipotetica, che le cose stiano così, credi davvero che a un cristiano possa bastare una soluzione parziale come questa rispetto al problema dell’aggressività?

Gesù non si è accontentato di “mettere una toppa” al peccato dell’uomo e alle sue manifestazioni, fra cui rientra anche la violenza: la ‘catarsi’, ovvero la purificazione, che ha provveduto per noi non passa attraverso una canalizzazione virtuale delle nostre tendenze violente, ma attraverso la croce su cui Egli ha versato il proprio sangue per darci un cuore nuovo, libero dall’odio e dalle sue conseguenze pratiche. «Né ladri, […] né oltraggiatori, né rapinatori erediteranno il regno di Dio. E tali eravate alcuni di voi; ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo» (1 Corinzi 6:10-11). Con Gesù la catarsi è reale, non virtuale!

2. Un semplice diversivo?

A questo punto, però, potresti pensare che in fondo le considerazioni del punto 1 non ti riguardano: sei così pacifico e bonario che non faresti del male nemmeno a una mosca e, quando giochi con i tuoi sparatutto preferiti, rimani comunque uno che non farebbe del male nemmeno a una mosca.

Ti sei mai chiesto, però, se non ti stia un po’ lasciando “prendere la mano” dai videogiochi violenti? Cercheremo di essere più chiari: quanto tempo dedichi a quest’hobby? Ti capita mai di non renderti conto che le ore passano mentre sferri i tuoi attacchi contro i tuoi avversari in carne e… pixel? I compiti per l’indomani ti aspettano, i tuoi ti hanno chiesto di sbrigare una commissione, per di più si avvicina l’ora del culto ma tu… ti sei praticamente dimenticato di tutto questo, e l’unica cosa che conta al momento è finire la tua partita, anzi no, passare al livello di gioco successivo e, magari, continuare ancora per un po’.

Sappiamo bene che potremmo sembrarti esagerati, ma vorremmo riflettere con te su un pericolo che è sempre dietro l’angolo e che non va sottovalutato: scivolare pian piano in una dipendenza che rischia di succhiarti tempo, energie e lucidità. Anche in questo campo puoi fare tesoro di una verità espressa dall’apostolo Paolo: «Ogni cosa mi è lecita, ma non ogni cosa è utile. Ogni cosa mi è lecita, ma io non mi lascerò dominare da nulla» (1 Corinzi 6:12). Se in tutta onestà devi ammettere che i videogiochi, violenti o meno, ti stanno assorbendo più del dovuto, fai un passo indietro, finché sei in tempo!

3. Il virtuale non intacca il reale?

Potresti aver superato a pieni voti lo scoglio del punto 2: i videogiochi violenti non ti dispiacciono, ma saggiamente ti concedi una partita, quasi come un meritato premio, solo dopo aver terminato i compiti e aver dato una mano ai tuoi, non ti sogneresti mai di saltare un culto per giocare con il tuo picchiaduro preferito.

Ti proponiamo, però, un altro spunto di riflessione: sei davvero certo che i tuoi comportamenti virtuali non condizionino affatto il tuo modo di essere e di agire reale? Forse sei disposto a riconoscere che chi ama i cosiddetti “giochi di ruolo” (MMORPG) e indossa, per così dire, un’identità fittizia, potrebbe immedesimarsi nel personaggio interpretato a tal punto da far fatica a uscirne, provando poi un senso di frustrazione, al confine con uno stato di depressione, nel momento in cui torna a scontrarsi con la realtà vera, spesso meno avvincente ed esaltante rispetto a quella virtuale.

È il caso di considerare, però, l’eventualità che anche le dinamiche dei videogiochi violenti possano innescare, senza che nemmeno te ne accorga, meccanismi di identificazione simili a quelli che scattano nei giochi di ruolo. Anche stavolta potresti sorridere davanti a quest’ipotesi; ti invitiamo, però, a leggere una massima ben nota riportata dall’apostolo Paolo: «Le cattive compagnie corrompono i buoni costumi» (1 Corinzi 15:33). A furia di escogitare, per gioco, le strategie più efficaci per prevalere sull’avversario di turno, potresti quasi inavvertitamente assimilare e adottare nella quotidianità le stesse logiche che applichi nel gioco: il cinismo, l’inganno, la tendenza alla prevaricazione.

Penserai che sei abbastanza forte da distinguere il piano del gioco da quello della vita, che hai una personalità ben definita, che hai ricevuto un’educazione sana e dei solidi principi morali: non sei più un bambino e non sei neppure facilmente suggestionabile! Ancora una volta, però, l’apostolo Paolo ci dà un consiglio di grande importanza: «[…] chi pensa di stare in piedi, guardi di non cadere» (1 Corinzi 10:12). Essere eccessivamente sicuri di noi stessi non è proprio un buon affare!

Ti lasciamo con un ultimo invito. La nostra vita è fatta di continue scelte, e anche quella dei passatempi da coltivare nei nostri momenti liberi merita attenzione. Come suggerisce Efesini 5:15-17, diamo un taglio alla superficialità e cerchiamo di capire la volontà del Signore. Anche in materia di videogiochi!