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Eutanasia e Suicidio Assistito: Cominciamo a Parlarne

Dopo la sentenza della Corte Costituzionale del 25 settembre 2019 lo spinoso argomento del fine vita è tornato alla ribalta nel dibattito politico e sui social, ma qual è l’approccio giusto prima di cominciare a parlarne?

Ho pensato a cosa scrivere in questo articolo in una particolare notte di qualche anno fa. Dopo aver aiutato la mia bellissima moglie a mettersi a letto tra mille difficoltà ho aperto il portatile e ho cominciato a buttare giù qualche schema. All’epoca aveva un carcinoma al pancreas e una serie di effetti collaterali duri da sopportare tra cui un forte dolore all’addome. Dolore. Più di un anno di dolore ininterrotto. Mi chiedevo “come fa a sopportarlo? Come fa ancora a regalarmi splendidi sorrisi anche in questo stato? Io dopo solo un’ora di mal di testa impazzisco!“.

Anche se è passato un po’ di tempo, sono queste riflessioni sul dolore che imprigionava mia moglie che mi spingono a scrivere un articolo per approcciare l’argomento dell’eutanasia e suicidio assistito, temi molto discussi dall’opinione pubblica in questi giorni.

IL CASO CAPPATO

Mercoledì 25 settembre 2019 la Corte Costituzionale, infatti, ha emesso una epocale sentenza sul caso di Marco Cappato, medico, politico e attivista, sciolto dalle accuse per aver aiutato il famoso dj Fabo (rimasto tetraplegico e cieco a seguito di un incidente) a morire in Svizzera: una chiara apertura alla possibilità di rendere legale questo tipo di pratica in Italia.

Si riapre quindi un acceso dibattito pubblico e politico sull’eutanasia attiva e sul suicidio assistito, entrambi vietati in Italia; nel primo caso il medico somministra il farmaco mortale, mentre nel secondo fornisce il farmaco al paziente che se lo somministra in autonomia. Diverso è il caso dell’eutanasia passiva, cioè l’abbandonare le cure o i macchinari che tengono in vita il paziente, pratica regolata da gennaio 2018 in Italia dalla legge n.219 del 22/12/2017 sul testamento biologico. Noi cristiani cosa dobbiamo fare? Un credente evangelico come si deve comportare e come si deve inserire in questo dibattito? Le risposte come al solito sono le più variegate e differenti e il nostro impegno è di avvicinarci all’argomento con sobrietà e rispetto.

COSA FARE PRIMA DI TUTTO?

Ritengo che se come cristiani vogliamo sul serio affrontare l’argomento del “fine vita” dobbiamo, prima di ogni altra cosa, fermarci un attimo e riflettere su quanto può essere profondo e lancinante il dolore umano. Quello stato del nostro essere così difficile da sopportare e resistere, legato sia alla nostra mente che al nostro corpo.
Prima di parlare di questi argomenti, di affrontare il tema da un punto di vista biblico, prima di farsi una qualsiasi opinione sul tema e di trasmetterla agli altri, ritengo una tappa obbligata comprendere quanto smarrimento, disincanto, rassegnazione e disperazione possano impadronirsi delle persone che decidono di mettere fine alla propria vita attraverso la “buona morte ” (significato di eutanasia) o altri metodi per gestire i momenti finali di una patologia terminale.

Qualche anno fa lessi sulla Stampa la storia di una donna malata di Sclerosi Multipla della mia città natale (Torino) che decise di andare in Svizzera per morire in una struttura clinica dove si pratica del suicidio assistito.
Una donna molto amareggiata che con logica spietata ha deciso di porre fine alle sue sofferenze, a suo avviso, nell’unico modo possibile. Rileggendo oggi le sue parole, mi accorgo di alcune analogie con la situazione di mia moglie soprattutto sul piano della stanchezza. Quella donna aveva finito tutte le forze e stava reagendo di conseguenza. Troppi anni e troppa sofferenza. Non ce la faceva più: doveva far cessare quel dolore e quello stato di impotenza di fronte al male a qualsiasi costo. Qualsiasi.

Osservare l’argomento da questa angolatura per noi cristiani è fondamentale. Prima di tutto per apprezzare di più l’opera di Dio in noi e per ringraziarLo di cuore. Noi possiamo affidarci a Dio quando siamo scoraggiati e senza forze, possiamo respirare la speranza anche nei momenti più bui semplicemente guardando Gesù che ci rialza e ci ristora (Isaia 40:30, 31). Sperare nel Signore ci da nuove forze. Ecco il motivo per cui mia moglie durante i mesi della sua malattia ha continuato a regalarmi splendidi sorrisi anche nel dolore … perché Gesù è stato la sua forza e nonostante la situazione difficile, la Sua voce l’ha consolata e le ha dato speranza. Questa benedizione è un tesoro molto prezioso che dobbiamo ricordarci di valorizzare.

L’ESEMPIO DI GESÙ

Riflettere in modo approfondito su tutto questo e iniziare ad affrontare i temi del fine vita da questo punto di vista per noi cristiani è importante anche per essere più sensibili e empatici nei confronti di chi soffre. È scritto che Gesù ha lasciato volontariamente “la Sua forma di Dio” (Filippesi 2:6) per umiliarsi, prendere forma umana, per vivere le nostre sofferenze e avere di noi la massima comprensione possibile. Non è logico per noi, la Sua Chiesa, fare lo stesso prima di cominciare ogni tipo di dissertazione su un argomento così delicato?

La Bibbia è ricca di versetti che incoraggiano l’uomo in difficoltà a confidare nel Signore, ma ci sono in particolare alcuni passi che mettono in evidenza nella sofferenza umana un fattore che spesso non consideriamo: “il tempo” inteso come una sofferenza incessante, un dolore che gli anni rendono ancora più pesante:

Là trovò un uomo di nome Enea, che da otto anni giaceva paralitico in un letto. Pietro gli disse: «Enea, Gesù Cristo ti guarisce; àlzati e rifatti il letto». Egli subito si alzò.
(Atti 9:33,34)

Una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni, e che molto aveva sofferto da molti medici e aveva speso tutto ciò che possedeva senza nessun giovamento, anzi era piuttosto peggiorata.
(Marco 5:25, 26)

Là c’era un uomo che da trentotto anni era infermo. Gesù, vedutolo che giaceva e sapendo che già da lungo tempo stava così, gli disse: “Vuoi guarire?”
(Giovanni 5:5, 6)

Persino Gesù ritenne che 38 anni fossero “un lungo tempo” in quella terribile condizione di disabilità. Quando parliamo di fede e di grazia, dobbiamo avere cura di considerare da quanto tempo la persona che ci sta davanti sta soffrendo. Per esperienza personale, ho visto che i nostri incoraggiamenti irruenti e i nostri versetti biblici recitati o “mitragliati” sui social verso chi soffre, non tengono molto conto della storia e del malato. Non usiamo la giusta delicatezza nei confronti di chi ha una lunga storia di sofferenza. La domanda di Gesù nel passo di Giovanni 5 è emblematica “vuoi guarire”? Per molti di noi la risposta è banale: “Certo, dopo 38 anni!”, ma è invece plausibile, dopo molti anni di sofferenza, che la rassegnazione e il disincanto siano tali da indurre il malato non solo a non voler più guarire, ma addirittura a non volere più vivere. È meraviglioso sapere che Gesù capisce la situazione completamente!

IL DOLORE INACCETTABILE

Chi ha avuto a che fare con i reparti oncologici in ospedale (ma anche altri tipi di reparti) sa bene quanta disperazione vivono le persone affette da particolari patologie. Spesso una disperazione logorante, dovuta a un male che l’uomo non può curare, dovuta a una condizione che non può cambiare e che spesso fa reagire l’uomo nelle maniere più disperate ed estreme.

Non potrò mai dimenticare il comportamento dei due medici che mi presero da parte e mi dissero che per mia moglie non c’era più nulla da fare. Quando dissi loro che dovevamo comunicarlo a mia moglie sono letteralmente sbiancati. Non riuscivano a guardarla negli occhi, non riuscivano a parlarle chiaramente. I medici e gli infermieri sono testimoni delle reazioni più disperate ed estreme a queste notizie e molti non riescono ad essere diretti e chiari… soprattutto se il paziente è una giovane 42enne come mia moglie. Mi dissero che da quel momento avrebbero considerato mia moglie una malata di cancro terminale e il loro unico obiettivo, da allora in poi, sarebbe stato quello di toglierle il dolore.

Togliere/evitare il dolore. Ecco di cosa stiamo parlando. Questo è l’argomento che, nel nostro tempo, desta grandissima preoccupazione e attenzione, soprattutto nella cultura occidentale. Il dolore e la sofferenza oggi, infatti, non solo non piacciono a nessuno, ma non sono più tollerati: abbassano così tanto la qualità della vita che le persone ritengono non valga più la pena vivere. Qui non stiamo parlando di uomini e donne orribili che compiono crimini efferati da condannare pubblicamente, ma parliamo di peccatori che non conoscono (o riconoscono) altro modo per gestire il loro dolore. Sia chiaro: il peccato rimane; l’errore c’è; la vita è preziosa e ogni cristiano darà ad essa il massimo valore possibile senza discussione; la Bibbia (in particolare nell’esempio di Cristo) afferma che il dolore va affrontato con l’aiuto del Signore… ma quegli uomini e quelle donne disperati, hanno bisogno di chi gli mostri “Gesù nostra speranza” (1 Timoteo 1:1), non di farisei che li accusano senza nessun tipo di compassione. Troppo spesso questo tipo di farisei ha piede libero sul web.

VICINI A CHI SOFFRE

I Cristiani sono araldi di speranza (1 Pietro 3:15) e come tali sono chiamati a rispondere adeguatamente alla sfida che la complessità della nostra società oggi ci pone davanti. Come? Protestando pubblicamente? Condividendo sui social dei generici articoli “pro-vita” che accusano chi vuole introdurre queste pratiche in Italia?

Cos’è prioritario fare di fronte a questo dibattito pubblico? Solo che la Chiesa sia presente. Non semplicemente nel chiassoso dibattito social, ma vicino a chi soffre. C’è bisogno di cristiani sensibili al problema e alle persone che soffrono; cristiani empatici con chi è arrivato al punto di non aver più speranza per la propria vita. C’è bisogno di chi possa comprendere a fondo il dolore di questi pazienti che desiderano morire al quale contrapporre in risposta una vigorosa spinta spirituale per presentare la speranza in Cristo, Colui che ancora oggi nel 2019 è in grado di cominciare un’opera meravigliosa, proprio là dove gli uomini hanno detto “non c’è più nulla da fare”. Non si tratta di accettare il peccato, le nuove tendenze o le ideologie che non piacciono a Dio. Significa avere nel cuore l’atteggiamento giusto per saperle affrontare; lo stesso atteggiamento che Gesù ha avuto nei nostri confronti.

Certo la sofferenza non è l’unico impulso che spinge i pazienti a cercare di terminare la propria vita. Sicuramente ognuno di noi ha bisogno di essere informato sul tema, approfondire i vari casi di cronaca alla luce della Parola di Dio e magari avere qualche dettaglio tecnico in più come aiuto per delle esperienze che sta vivendo nella propria vita. Probabilmente avremo tempo per scrivere altri articoli sull’argomento per esplorare tutto questo, ma nel frattempo, per cominciare ti consiglio di affrontare questo tema nel modo più spirituale che conosco:

Quando udii queste parole, mi misi seduto, piansi, e per molti giorni fui in grande tristezza. Digiunai e pregai davanti al Dio del cielo.
(Nehemia 1:4)

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