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Giovani evangelici e pentecostali (non come Ieu)

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Siamo pentecostali.

Lo abbiamo scritto qui, qui, qui, qui, qui, qui, quiqui.

Lo scriveremo ancora. Parleremo ancora del battesimo nello Spirito Santo.

Tuttavia, negli ultimi anni inizia ad emergere un dubbio: quanto sono “evangelici” i pentecostali?

Facciamo la domanda in modo più chiaro: è possibile essere “pentecostali” senza essere “evangelici”?

È una domanda che arriva sia da fuori sia da dentro e cresce gradualmente anche all’interno del fronte di coloro che si definiscono pentecostali, sia all’estero sia in Italia.

Seppure circolasse già un secolo fa, adesso si ripropone con una forza diversa e probabilmente più pericolosa per le nuove generazioni.

Oggi persino il Vaticano scrive che le migliori speranze di espansione dell’ecumenismo sarebbero nelle nuove generazioni pentecostali. Nel contesto della commemorazione del Cinquecentenario della Riforma, il Vaticano infatti scrive “Il movimento pentecostale (…) dischiude nuove opportunità ecumeniche“.

Soltanto pochi anni fa il fratello Francesco Toppi (allora Presidente delle Assemblee di Dio in Italia) faceva spesso riferimento nei suoi libri di contenuto storico, al metodo “storico-grammaticale” del nostro pioniere Luigi Francescon come modello che distingueva il nostro movimento da alcune possibili deviazioni, ponendoci invece in continuità con il movimento evangelico conservatore. L’espressione “metodo storico-grammaticale” significa che essere guidati dallo Spirito Santo non esclude che prendiamo sul serio ogni dettaglio della Parola di Dio, come Gesù stesso afferma:

In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, neppure uno iota o un apice della legge passerà senza che tutto sia adempiuto. Chi dunque avrà violato uno di questi minimi comandamenti e avrà così insegnato agli uomini, sarà chiamato minimo nel regno dei cieli; ma chi li avrà messi in pratica e insegnati sarà chiamato grande nel regno dei cieli.” (Matteo 5:18-19)

Vogliamo prendere un personaggio della Bibbia a riferimento del rischio di essere pentecostali senza essere evangelici, cioè pensare di ascoltare la voce dello Spirito senza prestare attenzione anche alla rivelazione più oggettiva e generale della Bibbia.

Il re Ieu figlio di Nimsci aveva iniziato nel migliore dei modi: unto per volontà di Dio da un giovane profeta mandato dal nuovo profeta Eliseo (2 Re 9:1-9), accompagnato da grandissime promesse di vittoria.

Oltre a questo, la promessa di essere unto re risaliva a una rivelazione fatta da Dio a Elia, uno dei più grandi profeti dell’Antico Testamento (2 Re 19:16). Ieu aveva letteralmente tutta l’unzione a cui potesse aspirare, tutto l’appoggio e il sostegno spirituale, i migliori padri spirituali che sicuramente pregavano anche per lui.

Ieu non mancava di fede, di coraggio e persino della temerarietà tipica dei giovani (soltanto di lui il testo biblico dice che “guidava come un pazzo“! 2 Re 9:20).

Ieu ricordava bene e faceva affidamento sulle profezie ricevute, a cui fa costantemente riferimento (2 Re 9:25-26, 36-37, 10:10).

Ieu assomigliava in un certo senso, ad un “pentecostale” nella sua enfasi sulle profezie, sulla guida di Dio, nella sua fede baldanzosa. E per questa ragione Ieu divenne vincitore nel nome di Dio (2 Re 12:1; 15:12).

Ieu era anche un trascinatore, aveva ascendente su coloro che lo ascoltavano (2 Re 10:5, 15). Un vero leader della nuova generazione! E Dio lo premiò per quanto aveva fatto ubbidendo (2 Re 10:30).

Ma fu soltanto una benedizione limitata e temporanea.

Solo per quattro generazioni il regno e la benedizione di Dio sarebbero rimasti su di lui, poi il nome di Ieu sarebbe stato dimenticato, come infatti è ancora oggi. Nessuno di noi ricorda Ieu come ricordiamo invece altri eroi della fede: Davide, Mosè, Giosuè o Elia. Fra tanti personaggi della Bibbia che ci sono da esempio, Ieu non compare praticamente mai.

Ieu forse si aspettava qualche altra profezia, un segno dall’alto, una nuova voce sovrannaturale. Un carisma, un tocco dal cielo, qualcosa di eccitante e emozionante come quando era stato unto, quando aveva sentito la profezia da parte di Dio, come quando aveva vinto e tutti lo avevano appoggiato e applaudito. Gli era sicuramente piaciuta quella bella sensazione di successo e approvazione da parte di Dio e degli uomini…

Ma Ieu non si preoccupò mai di leggere, studiare e amare la legge data da Dio come invece fecero Davide o Giosuè. Dio stesso se ne accorse e ridimensionò i progetti che aveva per lui e non fece aumentare la sua vittoria, anzi diminuì gradualmente e inesorabilmente il suo premio.

Ieu non prese mai seriamente la disubbidienza a cui si stava lasciando andare con tutto il suo popolo. Si accontentò delle benedizioni di Dio ricevute, senza lasciare che la sua vita fosse modellata dalle mani del Vasaio:

Egli non si allontanò dai peccati con i quali Geroboamo, figlio di Nebat, aveva fatto peccare Israele; cioè non abbandonò i vitelli d’oro che erano a Betel e a Dan. E il SIGNORE disse a Ieu: «Perché tu hai eseguito puntualmente ciò che è giusto ai miei occhi, e hai fatto alla casa di Acab tutto quello che desideravo, i tuoi figli sederanno sul trono d’Israele fino alla quarta generazione». Ma Ieu non si preoccupò di seguire con tutto il cuore la legge del SIGNORE, Dio d’Israele; non si allontanò dai peccati con i quali Geroboamo aveva fatto peccare Israele. In quel tempo, il SIGNORE cominciò a diminuire il territorio d’Israele.” (2 Re 10: 29-32)

Ieu non era molto scrupoloso nell’attenersi alla voce di Dio. Anche quando aveva seguito in precedenza le profezie sulla sua vita, si lasciò prendere la mano e senza moderazione o chiedere consiglio al Signore uccise anche uomini che non erano davvero coinvolti nel suo mandato divino: tutti i nobili, gli amici e i consiglieri di Acab, anche Acazia il re di Giuda e i suoi fratelli (2Re 9:27; 10:11-14).

In tempi di sconfitta, di perdita e di scoraggiamento, noi giovani credenti pentecostali figli di pentecostali (più e meno giovani) corriamo il rischio di non ascoltare la voce di Dio perché aspettiamo qualcosa di sconvolgente e dirompente, come il primo incontro di Ieu con la voce di Dio.

Prendendo invece a riferimento la più matura esperienza spirituale di Elia, dovremmo ricordarci che Dio non parla soltanto nella tempesta e nei terremoti, ma anche in quel “suono dolce e sommesso” che è la Sua Parola (1 Re 19:1-13), che ci indica la direzione da seguire, l’unica voce che rende l’uomo di Dio davvero COMPLETO:

Persevera nelle cose che hai imparate e di cui hai acquistato la certezza, sapendo da chi le hai imparate e che fin da bambino hai avuto conoscenza delle Sacre Scritture, le quali possono darti la sapienza che conduce alla salvezza mediante la fede in Cristo Gesù.

Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, affinché l’uomo di Dio sia COMPLETO e ben preparato per ogni opera buona. (2 Tim 3:14-17)

Non dimentichiamo che questi versi, così noti, sono stati inviati dall’apostolo Paolo proprio a un giovane cristiano, di terza generazione, che voleva fare la volontà di Dio!

Forse sono proprio queste parole ciò di cui abbiamo bisogno anche noi oggi, per essere certi che la benedizione di Dio sul movimento pentecostale non si fermi alla quarta generazione, come nel caso di Ieu, ma continui a crescere e raggiungere tutti coloro che sono assetati di salvezza.

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