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Jacob Arminius (Parte 2)

Un cristiano fra studio della Parola, devozione e ascolto della propria coscienza.

L’ingresso in università e la rottura definitiva.

Tra il 1601 e il 1602 tre gravi lutti sconvolsero la facoltà di teologia dell’Università di Leida: una breve ma devastante epidemia di peste colpì due dei tre professori più celebri dell’ateneo ed era necessario al più presto ristabilire le cattedre. All’epoca Leida era uno dei centri di formazione universitaria e biblica più celebre d’Europa: i docenti venivano reclutati tra i più validi in tutto il continente. Pur avendo molti candidati potenziali, i responsabili dell’Università pensarono senza troppi tentennamenti ad Arminius per questo ruolo e, vinta la titubanza di quest’ultimo, riuscirono a convincerlo ad accettare la proposta. Il nostro pastore si trovò dunque sempre più in prima linea in un ambiente intellettualmente stimolante dove i giovani più meritevoli erano incoraggiati alla ricerca e all’ampliamento delle proprie conoscenze bibliche e culturali. Nel settembre 1603 Arminius iniziò le sue lezioni di teologia forte dell’approvazione ricevuta dall’alto, ma ben presto egli tornò al centro delle polemiche.

Tra il 1604 e il 1607 i suoi colleghi lo accusarono costantemente di insegnare dottrine errate, ma fu nel 1608 che il conflitto toccò un punto di non ritorno. Francisus Gomar, anch’egli docente di teologia, accusò pubblicamente Arminius di predicare dottrine cattoliche: se Arminio ammetteva che il libero arbitrio umano avesse anche un minimo ruolo nel processo di salvezza, questo significava riproporre la dottrina cattolica, avversata da tutti gli esponenti della prima ora della Riforma. Secondo Gomar, quello che era in gioco era proprio la salvaguardia della preziosa eredità ricevuta dai primi riformatori e Arminius ne stava minando le fondamenta. I Riformati erano molto fieri del loro passato e prudenti nel mettere in dubbio la propria eredità dottrinale, per questo reagirono con tale durezza. Inoltre in quegli anni le Province Unite erano in guerra con la cattolicissima Spagna, e dunque l’accusa di cattolicesimo assumeva una valenza politica, quella, cioè, di tradimento della propria patria. La «svolta» di Arminio non veniva accettata per paura che fosse qualcosa di straniero, di estraneo alla propria storia nazionale.

Urgeva dunque trovare un modo per riportare la concordia. Così Arminius, nell’ottobre 1608, fu convocato davanti ai magistrati delle Province all’Aia e gli fu chiesto di dichiarare il proprio credo, così da affrontare direttamente gli eventuali punti divisivi. Nacque allora uno degli scritti più belli di Arminius, comunemente chiamata “La Dichiarazione dei Sentimenti. In essa Arminius attaccava anche il centro della dottrina riformata sulla predestinazione, mostrando come essa rendesse Dio l’autore del peccato e privasse gli uomini di ogni possibile libero arbitrio. In una lettera del dicembre dello stesso anno Arminius scriveva: all’Aia espressi la mia totale disapprovazione verso il dogma della predestinazione come viene presentato tra di noi oggi; poiché la mia coscienza mi spinse a non rimanere in silenzio e mi convinse che dovevo dichiarare ciò che avrebbe costituito la mia condanna. Ma mantenni un tono moderato, evitai di dire cose che avrebbero creato ancora maggiore ostilità.

(Arminius a Sebastian Egberts, 10 dicembre 1608 citata in The Works of James Arminius, ed. by James Nichols, London, 1825, vol. I p.516)

 

Arminius sarebbe morto l’anno seguente (ottobre 1609), all’età di cinquant’anni, dopo aver aperto di fatto una nuova fase di «Riforma nella Riforma» in tutto il mondo protestante. Le sue posizioni trovarono approvazione in varie parti d’Europa; coloro che si unirono alla sua posizione dottrinale vennero definiti «Rimostranti», con una terminologia che ironicamente suona così simile al termine «Protestanti» con cui erano stati definiti i padri fondatori della Riforma da cui erano accusati di allontanarsi.

In queste poche pagine non è stato possibile restituire tutte le sfaccettature di un uomo umile, il cui desiderio era quello di presentare il Vangelo nel modo più chiaro possibile, senza preoccuparsi del rischio di andare controcorrente. Lo zelo per la conoscenza delle cose di Dio fu tale da vincere ogni esitazione.

Come per i credenti di Berea nei confronti dell’apostolo Paolo (Atti 17:11), anche per Arminio l’autorevolezza di Calvino, che lo aveva preceduto e anche apprezzava, non era ragione sufficiente per non esaminare le Scritture con ogni premura e  mettere in discussione ciò che veniva insegnato dal pulpito al suo tempo.

Non abbiamo bisogno di fare di Arminius un modello per noi oggi, ma la sua vicenda sicuramente può essere motivo di riflessione: sia Martin Lutero, per il Cattolicesimo, sia Arminio, per il Protestantesimo calvinista, si trovarono ad andare controcorrente perché «prigionieri» della propria coscienza. Quanto del principio protestante di uniformarsi prima alla propria coscienza e poi alle pressioni esterne è vivo ancora oggi nella nostra identità evangelica? Quanto è salda l’etica evangelica della responsabilità individuale davanti a Dio, del fatto che dovremo rendere conto delle nostre scelte, affermazioni e del nostro operato “ciascuno da sè” di fronte al trono di Dio, a prescindere da quello che fanno gli altri intorno a noi? Quanto ci accontentiamo nello studio della Parola di Dio di una visione dell’Evangelo magari ai limiti dell’accettabile, ma comunque insoddisfacente rispetto al desiderio di ogni vero figlio di Dio di conoscere e sperimentare sempre più in profondità l’Evangelo?

Arminius avrebbe potuto accontentarsi del calvinismo ricevuto dai propri insegnanti e lasciare l’Europa in balia di un messaggio evangelico più tiepido e inerte di quanto crediamo sia stato l’Arminianesimo nei secoli successivi, creando anche il terreno su cui poi si svilupperà il movimento Pentecostale (vedi articoli su citati). Probabilmente Arminio non avrebbe perso la propria salvezza se fosse rimasto calvinista, probabilmente avrebbe evitato tanti rischi e problemi pratici, ma avrebbe portato molto meno frutto alla gloria di Dio.

Gesù ha detto: “In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, così sarete miei discepoli(Giov.15:8) e ”Se perseverate nella mia parola, siete veramente miei discepoli; e conoscerete la verità…“ (Giov.8:31-32).

In 1 Timoteo 1:5 è ancora scritto: “Lo scopo di questo incarico è l’amore che viene da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera.”

Il motto scolpito sulla tomba di Arminio rimane un importante promemoria per tutti coloro che non aspirano ad una vita spirituale mediocre, ma piena e traboccante:

 

 

bona conscientia paradisus.

Il paradiso è in una buona coscienza.

 

                      

Ha collaborato per questo articolo di Svolta: Gianmarco Giuliani, dottorando in Letteratura, Arte e Storia dell’Europa Medioevale e Moderna presso la Scuola Normale Superiore di Pisa (attualmente PhD alla Scuola Normale di Parigi)

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