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Perché devo parlare in altre lingue? (Parte 2)

 

In difesa della dottrina pentecostale classica

 

…come molti altri, pensavo di aver ricevuto il battesimo nello Spirito Santo al tempo della mia consacrazione, ma quando scopersi che lo Spirito Santo poteva ancora essere sparso con maggiore pienezza, il mio cuore divenne desideroso per il Consolatore promesso e cominciai a richiedere ardentemente un rivestimento di potenza dall’alto…
Agnese Ozman, prima credente pentecostale battezzata nello Spirito Santo nel gennaio del 1901

Nell’articolo precedente vi avevamo introdotto il tema di questa serie di articoli e ci eravamo lasciati con il voler fare alcune premesse prima di rispondere alle domanda “Perché devo parlare in altre lingue?”

 

PREMESSE:

 

  1. ci rallegriamo nel prendere nota del prevalere fra i nostri fratelli evangelici del cosiddetto “continuazionismo”, inteso come dottrina che afferma il proseguire di miracoli, guarigioni, carismi in genere e segni sovrannaturali nella vera chiesa cristiana di ogni tempo. È sempre meno probabile incrociare credenti che affermano la cessazione di queste cose, ai giorni nostri, in nome di passi biblici come 1 Corinzi 13:8 (che si riferisce piuttosto allo stato delle cose dopo l’ultimo ritorno di Gesù). Tuttavia, per quanto ci riguarda, il continuazionismo non esaurisce il tesoro di verità racchiuse nel cosiddetto pentecostalismo e nello specifico nella dottrina del battesimo nello Spirito Santo con il segno delle lingue.
  1. la radicalità e la potenza della Croce di Cristo, che ha stabilito istantaneamente un nuovo ordine di cose spirituali a livello universale, ci impone di rifiutare l’interpretazione che vede una gradualità nel Nuovo Testamento da una spiritualità considerata in qualche modo più embrionale (e secondo alcuni “primitiva”) delle prime pagine degli Atti degli Apostoli, fino a una spiritualità più matura e completa nelle ultime pagine delle Epistole: secondo noi, il “regime dello Spirito” (cfr. Romani 7:6) è subentrato subito in modo definitivo, ed è soltanto un’autonoma e soggettiva interpretazione umana che può arrogarsi il diritto di stabilire quali esperienze nel libro degli Atti sarebbero temporanee e quali invece definitive. Pertanto, ci sarà naturale nelle prossime righe riconoscere nel segno delle lingue qualcosa di “definitivo” per la Chiesa di ogni tempo e non di passeggero o di esclusivo dei primi gruppi cristiani.
  1. non possiamo accettare nuove forme di ermeneutica che mettono al centro dell’esegesi cristiana la cosiddetta “intenzione del testo”, come se all’interno delle descrizioni, affermazioni o narrazioni bibliche ci fossero ingredienti essenziali e imprescindibili, ed altri ingredienti aggiuntivi circostanziali a cui lo scrittore umano e lo Spirito Santo stesso, quale autore, non volessero dare importanza: siamo stati chiamati da Gesù stesso a prestare attenzione ad ogni “iota” e “apice” delle Scritture (Matteo 5:18) assumendo che la perfezione divina si rifletta in una Parola perfetta, priva di errori o sbavature (Salmo 12:6), che non trae in inganno con dettagli inutili o addirittura fuorvianti. In sintesi, se le Scritture parlano ripetutamente nel Nuovo Patto del segno ricorrente delle lingue, non possiamo pensare che lo Spirito Santo considerasse superfluo o irrilevante questo particolare, di carattere schiettamente sovrannaturale.
  1. rifiutiamo che la dottrina pentecostale sia definita come una teologia dell’esperienza o per lo meno, identifichiamo la dottrina pentecostale classica come una teologia che nasce dalla lettura e dallo studio della Parola di Dio e viene confermata solo in un secondo momento dall’esperienza, conforme alle Sacre Scritture. Questa interpretazione, che assume una dimensione anche storica, è confermata dalla nascita della scuola biblica di Parham ad Azusa Street, dove il segno delle lingue è stato prima oggetto di studio biblico, poi di preghiera e soltanto in un terzo momento di esperienza.
  1. ammettiamo che nelle nostre chiese pentecostali è prevalso talvolta in relazione all’esperienza pentecostale l’accento sulla costrizione (“DEVI parlare in lingue”) quasi come se il battesimo nello Spirito Santo fosse un distintivo da indossare e di cui fregiarsi per identificare un livello di santità che è necessario avere ed esibire; confermiamo che quest’ultima interpretazione rappresenta una degenerazione del messaggio pentecostale, basato piuttosto sul linguaggio biblico delle promesse e fondato sulla bontà di Dio, “che dona a tutti generosamente senza rinfacciare” (Giacomo 1:5).
  1. il fatto che la dottrina del battesimo nello Spirito Santo non sia esplicitata in modo chiaro e lineare in un unico capitolo del Nuovo Testamento non è un argomento sufficiente a metterla in dubbio, in quanto anche molte altre dottrine cristiane importanti come quella della Trinità o la verità pratica che Dio ha un piano personale per ciascuno di noi, non sono presenti in modo esplicito e letterale nella Bibbia. Così come non esiste la parola “Trinità” nella Bibbia, allo stesso modo non esiste l’espressione “battesimo nello Spirito Santo”, ma compare sette volte il verbo corrispondente “essere battezzati nello Spirito Santo”. Così come non esiste un verso che afferma chiaramente che Dio abbia un piano personale per ciascuno dei Suoi figli, allo stesso modo non è scritto chiaramente “il battesimo nello Spirito Santo si manifesta con il segno delle lingue”, ma in entrambi i casi si può dedurre la verità da quanto è invece scritto chiaramente. Infatti “è gloria di Dio nascondere le cose; ma la gloria dei re sta nell’investigarle” (Proverbi 25:2) e “per l’uomo intelligente la scienza è cosa facile” (Proverbi 14:6).

 

Fatte queste premesse, nei prossimi articoli entreremo nel vivo dell’argomentazione di questo tema.

 

…stay tuned

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