La vittoria invisibile: quando la fede gioca di squadra

 

Il valore di chi rimane nell’ombra

 

Per l’Italia del Volley, la ferita ha un nome: Daniele Lavia, 26 anni, schiacciatore titolare.
Dopo l’oro mondiale del 2022 a Katowice, si preparava a difendere il titolo. Ma il 23 agosto 2025, in sala pesi, un disco da quindici chili gli ha frantumato la mano destra. Un istante, e la stagione si è dissolta.

 

Eppure, mentre gli azzurri tornavano sul podio più alto, Lavia non era assente.
Giannelli ha sollevato la coppa indossando la sua maglia, Anzani, con la voce incrinata dall’emozione, ha mormorato: «Questa è per te».
Prima della finale, le parole di Lavia avevano attraversato lo spogliatoio come un lampo silenzioso.
Non ha toccato palla, ma ha custodito il cuore della squadra.

 

La Scrittura narra qualcosa di analogo.
Paolo, incarcerato e lontano dalle comunità che amava, continuava a parlare loro attraverso lettere intrise di grazia. Dalle catene sono nate parole che ancora oggi alimentano la fede di milioni di credenti.
La sua assenza si fece presenza.

 

Non occorre il palcoscenico per incidere.
Ci sono vittorie che maturano nel silenzio, con la forza discreta di chi sostiene senza apparire: come lo giocatore Lavia nelle attuali imprese sportive, come l’apostolo Paolo nel racconto biblico.

 

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La forza del “noi”

 

Nessuno trionfa in solitudine.
Ogni punto conquistato nasce da un intreccio invisibile che unisce mani, voci e speranze: l’allenatore che prepara, il fisioterapista che rimette in moto un corpo stanco, la famiglia che incoraggia da lontano, i tifosi che perseverano nel sostegno anche quando la sconfitta sembra inevitabile.

 

Così accade nella vittoria della fede: la squadra di un credente non si riconosce da una divisa, ma da una comunione di intenti. Ci sono i responsabili del gruppo giovani che, a fine settimana, si interessano sinceramente di ciò che hai vissuto nei giorni precedenti; i monitori che condividono un verso capace di ribaltare una prospettiva in un solo istante; gli anziani che ti hanno visto crescere e che, alla fine del culto, ti donano un sorriso saggio che vale più di mille parole.

 

La squadra del credente è composta da chi ti scrive per dirti non mollare, da chi ti ascolta senza giudizio, da chi prega quando la tua voce si è spenta.

 

Aronne e Cur tenevano le mani di Mosè… così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole”
(Esodo 17:12). Mosè vacillava, ma due braccia accanto alle sue mutarono il destino della battaglia.

La stessa com-passione animava la Chiesa primitiva: “Tutti quelli che credevano stavano insieme e avevano ogni cosa in comune” (Atti 2:44).

 

Né lo sport né la fede tollerano l’isolamento. Le imprese più grandi non nascono dal genio di un singolo, ma dalla perseveranza di un corpo che si muove allunisono.

 

Nessun ruolo è minore

 

In una squadra non esistono comparse.
C’è chi colpisce, chi difende, chi costruisce il gioco, chi rimane in panchina a vegliare sul morale dei compagni. Ogni gesto, visibile o celato, partecipa alla medesima sinfonia.

 

Lavia, abituato a chiudere i set, ha dovuto apprendere un linguaggio nuovo: non più schiacciate, ma parole; non più muri, ma incoraggiamento. Il suo servizio ha cambiato forma, non valore.

 

Così anche nella Chiesa:
c’è chi predica, chi canta, chi accoglie, chi serve nell’ombra. Ognuno è essenziale.

“Ora voi siete corpo di Cristo e membra di esso, ciascuno per parte sua.” (1 Corinzi 12:27)

 

Forse per molto tempo hai ricoperto lo stesso incarico nella tua comunità, magari lo stesso servizio.
Hai operato con dedizione, hai fatto del bene a molti. Poi, per ragioni diverse, quel compito si è concluso.
Ma questo non significa che tu abbia smesso di essere una benedizione. Non è venuto meno il tuo valore, né la tua capacità di incidere nel cammino altrui.

 

Ogni squadra è composta da elementi diversi, con funzioni distinte ma ugualmente necessarie.
Le vittorie più autentiche sono sempre frutto dell’insieme: il tuo ruolo è stato, ed è ancora, indispensabile.

 

Fermarsi, cadere, rinascere

 

Viviamo in una cultura che idolatra la prestazione. Fermarsi appare una resa, eppure a volte è l’atto più lucido. Lo ha fatto Jannik Sinner, rinunciando alla finale di Cincinnati per un malessere. Lo ha fatto Simone Biles, sospendendo le gare di Tokyo per salvaguardare la mente. Scelte controcorrente, ma intrise di verità.

 

Anche uomini e donne di Dio hanno conosciuto la vertigine della stanchezza.
Elia si abbandona sotto un ginepro: “Basta! Prendi la mia vita, o Signore.” (1 Re 19:4)

 

Geremia grida la sua fatica (Geremia 20:7). Proprio lì, però, dove il corpo e l’anima vacillano, nasce una forza nuova.

 

Nello sport, Biles trova sostegno nelle compagne, Sinner nella stima dei tifosi.
Nella Bibbia, Elia viene nutrito da un angelo e Geremia riceve la forza necessaria per adempiere la sua difficile missione profetica.

 

Forse anche tu hai bisogno di tempo per ritrovare equilibrio e vigore. Ti senti smarrito, inadeguato al compito che Dio ti ha affidato, temi di non essere compreso da chi ti sta accanto. Ricorda: la squadra di Dio non è formata da supereroi, ma da persone comuni che si rialzano, si sostengono e crescono insieme. I tuoi compagni non ti giudicheranno se rallenterai il passo; come è accaduto allo sportivo Lavia, anche se non sarai in campo, chi ti vuole bene non si dimenticherà di te. La loro vittoria sarà anche la tua.

 

L’ombra dell’orgoglio: una crescita sana e umile

 

La crescita, per essere autentica e duratura, non può essere forzata. Richiede tempo, radici e silenzio.
Deve seguire il ritmo naturale della vita, come il granello di senape che, pur essendo il più piccolo dei semi, cresce lentamente fino a diventare albero e offrire riparo agli uccelli del cielo (Matteo 13:31-32).

 

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Le aspettative e le pressioni possono pesare — come quelle che spesso gravano sul tennista Jannik Sinner, chiamato a confermare ogni vittoria come se il valore di una persona coincidesse con i suoi risultati.
Titoli come «Jannik Sinner, il nuovo fenomeno mondiale che sta riscrivendo la storia del tennis italiano» mostrano quanto facilmente la società trasformi il talento in mito e l’impegno in idolo. Eppure la sua calma, anche nella sconfitta, parla di una forza diversa: quella di chi sa restare centrato, di chi non confonde l’essere con il fare.

 

Ed è proprio qui il punto: ognuno ha un tempo diverso, un cammino che Dio disegna con premura.
Per questo non dovremmo paragonarci agli altri: la misura della nostra crescita non è la rapidità, ma la fedeltà. La maturità spirituale e umana germoglia nell’equilibrio tra impegno e accoglienza, tra ambizione e fiducia nei tempi di Dio.

 

Dopo Katowice 2022, la Nazionale Italiana di Pallavolo avrebbe potuto vivere di ricordi, ma ha scelto la fatica del ricominciare. Ha accettato di cadere, di imparare, di rinascere. Ha mostrato che la vittoria non è un traguardo, ma una responsabilità: quella di restare umili anche quando si è in cima.

 

Ed è qui che tutto si decide. Ogni successo reca con sé un rischio sottile: credere di essere invincibili. Ma la Bibbia ci ricorda che “chi pensa di stare in piedi, guardi di non cadere.” (1 Corinzi 10:12)

 

Pietro, sicuro di sé, rinnega tre volte Gesù.
Davide, re vittorioso, cede alla tentazione.
Israele, appena liberato, si costruisce un vitello d’oro.

 

Lo sport riflette la stessa parabola: squadre che si credevano imbattibili crollano in un istante, campioni travolti dall’euforia del proprio ego si ritrovano svuotati.
Lumiltà, invece, salva: è la forza discreta di chi rimane grato, di chi non ha bisogno di affermarsi, di chi comprende che la vetta non serve a dominare, ma a guardare più lontano.

 

E tu, forse, stai affrontando la stessa sfida: quella di crescere senza bruciare i tempi, di restare saldo senza indurirti, di dare il meglio senza smarrirti nella corsa. Ricorda: Dio non ti chiede di essere il più veloce, ma di essere autentico. E nell’autenticità, anche la lentezza si fa luce.

 

La squadra che resta

 

Le medaglie, prima o poi, perdono lucentezza. I record vengono superati. Gli applausi si dissolvono.
Ma c’è una vittoria che non si consuma: quella che si costruisce scegliendo la verità invece dell’apparenza, l’umiltà invece della superbia, la comunione invece della solitudine.

Non serve un podio per vincere. Talvolta basta rimanere vero quando sarebbe più semplice fingere,  continuare a camminare quando gli altri si arrestano.

 

Per te, che credi, la squadra non è fatta solo di atleti o di risultati. È composta da una Chiesa che intercede per te, da un amico che ti rialza, da una voce che ti ricorda che Dio non si allontana mai, neppure quando ti sembra di essere rimasto indietro.
È lì che la fede si fa reale: non competizione, ma comunione; non prestazione, ma presenza.

 

La ricompensa non è una coppa da esibire, ma una forza che cresce dentro, giorno dopo giorno. Non si misura, ma si riconosce: nello sguardo di chi spera, nel coraggio di chi si rialza, nella pace di chi persevera anche nel silenzio.

 

Anche i campioni più grandi muoiono — e questo ci ricorda che la gloria terrena ha il suo limite, e che la vittoria che conta davvero è un’altra: la fedeltà.

 

“Ho combattuto il buon combattimento, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ormai mi è riservata la corona di giustizia.” (2 Timoteo 4:7-8)

 Elena Scapin

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