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Jacob Arminius (Parte 1)

Un cristiano fra studio della Parola, devozione e ascolto della propria coscienza.

 

Il 19 ottobre all’età di quarantanove anni, dopo una lunga malattia, moriva Jacob Hermandszoon, meglio noto come Jacob Arminius. Qualche giorno prima di spirare, egli aveva dettato un breve testamento che iniziava con queste parole:

 

Prima di tutto, io raccomando la mia anima, quando lascerà il corpo, nelle mani di Dio, Suo Creatore, e fedele custode, alla cui presenza io testimonio che, in sincerità e in semplicità, io ho cercato di adempiere il mio compito e la mia chiamata con una buona coscienza; con attenzione e scrupolosità ho evitato di proporre o insegnare tutto ciò che, alla luce di un diligente studio delle Scritture, io non abbia trovato in piena armonia con Esse.

 

            Arminius aveva cercato di rimanere fedele al messaggio biblico, anche a costo di andare controcorrente.  Il suo nome è passato alla storia per aver dato il via a quello che fu definito l‘Arminianesimo, che avrebbe visto infine una condanna da parte dei delegati al Sinodo di Dordrecht (1618-1619), e che come Pentecostali consideriamo oggi una correzione importante a quello che era l’insegnamento del Protestantesimo calvinista che lo ha preceduto.

Arminius era morto da dieci anni, ma la sua influenza fu tale da segnare una svolta importante per gli evangelici del tempo. Al di là del dibattito tra arminiani e calvinisti, di cui abbiamo parlato già qui e qui, bisogna avere l’accortezza di scindere storia e dibattito teologico: in questo breve spazio visto che quest’anno ricorre il Cinquecentenario della Riforma Protestante, cercheremo di capire meglio chi fu Jacob Arminius e perché il suo nome divenne celebre.

 

Chi era quindi quest’uomo che mise sotto sopra un intero paese e che fece traballare alcune delle colonne del sistema Riformato (calvinista)? Quali furono i principi per cui decise di mettere a rischio la propria vita?

 

A scuola nella roccaforte della Riforma: gli anni di studio a Ginevra e la nomina a pastore.

Nato nel 1560 in una piccola località del sud dell’Olanda, Arminius, pur essendo di famiglia povera, poté ricevere una buona educazione fin dalla tenera età; in particolare, fu un ex prete convertito all‘Evangelo, Théodore Aemilius, a prendersi cura del ragazzo e a trasmettergli i rudimenti della fede cristiana. Il giovane mostrava particolare attitudine per lo studio e per la riflessione e così fu mandato a studiare nella prestigiosa Università di Leida, da poco fondata (1575). A quei tempi, le università erano anche le scuole bibliche del tempo. Ma la sua formazione non sarebbe mai stata completa senza un soggiorno a Ginevra, la città dove aveva vissuto e insegnato Giovanni Calvino. Nel 1582, quando Arminius giunse in città, Calvino era morto da diciotto anni e il pastore principale della città era Théodore de Bèze, fedele difensore della dottrina calvinista.

Sappiamo comunque che, pur non avendolo mai conosciuto di persona, Arminius era un assiduo lettore dei commentari biblici del riformatore francese. Accusato anni dopo di preferire le opere dei Gesuiti, in una lettera del 3 maggio 1607 egli scriveva:

In realtà, dopo lo studio delle Scritture, che io strenuamente raccomando, e più di ogni altra cosa (i miei colleghi universitari lo possono testimoniare) io raccomando i commentari di Calvino (…); infatti nell’interpretazione delle Scritture Calvino è inarrivabile e i suoi commentari devono essere valorizzati come tutto ciò che è giunto fino ai noi delle opere dei padri della Chiesa.

(Arminius a Sebastian Egbertszoon, 3 maggio 1607 citata in Carl Bangs, Arminius: A Study in the Dutch Reformation, Wipf & Stock Publishers, 1998, II ristampa, p.287.)

 

Arminius mostrò le proprie attitudini allo studio filosofico e teologico così da essere considerato uno dei migliori studenti. Théodore de Bèze, in una lettera del 3 giugno 1583 indirizzata ad un pastore di Amsterdam, scriveva di Arminius che:

Tra i vari doni, Dio lo ha dotato di un’intelligenza particolarmente adatta all’apprendimento e al discernimento. Se d’ora in avanti questa sarà accompagnata dalla devozione, che egli sembra coltivare assiduamente, non potranno che esserci frutti ricchissimi, consolidati dalla maturità e dall’esperienza.

(Caspar Brandt, The Life of James Arminius, transalted from the latin by John Guthrie, London-Glasgow, 1851, pp.23-24)

 

A quell’epoca era prassi che tutti coloro che aspirassero a divenire pastori facessero un percorso di studi specifico e molti pastori spesso erano essi stessi docenti universitari. Il legame tra riflessione e devozione era considerata la pietra fondante per non cadere in un puro razionalismo o in derive spirituali che si allontanavano dalle verità bibliche.

Fu così che il giovane Arminius, tornato in patria all’inizio del 1587, iniziò a predicare nella chiesa di Amsterdam, conducendo un culto alla settimana; la comunità apprezzò a tal punto il candore del nuovo predicatore che il concistoro (l‘organo che riuniva tutti i pastori della città) decise di ordinarlo pastore con una solenne cerimonia il 28 luglio 1588.

 

Giunto all’età di ventotto anni, Arminius si trovava di fronte ad una brillante carriera ecclesiastica ma, ad un certo momento, lo studio della Scrittura e la voce interiore della coscienza lo avrebbero indotto a prendere una direzione differente rispetto a molti di coloro che lo avevano elogiato e sostenuto.      

 

Lo scontro sulla Lettera ai Romani.

Oggetto dei sermoni che Jacob teneva regolarmente ad Amsterdam era spesso l’epistola di Paolo ai Romani. A quell’epoca era uso trattare dal pulpito un intero libro passo per passo, sviscerando tutte le sfaccettature del testo biblico; i sermoni venivano scritti e letti, così anche da facilitare una loro diffusione attraverso la stampa. Egli diede particolare spazio al capitolo 7 dell’epistola, nel quale Paolo affronta una delle questioni nodali per la teologia cristiana: il legame fra la legge, il peccato e la redenzione.

 

Sappiamo infatti che la legge è spirituale; ma io sono carnale, venduto schiavo al peccato. (…) Difatti io so che in me, cioè nella mia carne, non abita alcun bene; poiché in me si trova il volere, ma il modo  di compiere il bene, no. Infatti il bene che voglio, non lo faccio; ma il male che non voglio, quello faccio. (…) Mi trovo dunque sotto questa legge: quando voglio fare il bene, il male si trova in me.” (Romani 7:14, 18-20)

 

Nei suoi sermoni, Arminius spiegava ai fedeli che quando Paolo scriveva questi versetti lo faceva pensando alla sua condizione prima di ricevere la grazia, quando il peccato che regnava nel suo cuore e nella sua mente non gli permetteva di dar seguito a quel bene che era solo in grado di concepire ma non di mettere in pratica. Arminius specificava che, secondo lui, qui si trattava di una persona ancora non rigenerata dalla grazia. Ma, di fronte a questa totale incapacità, ecco che la misericordia divina per mezzo dello Spirito Santo interviene donando una grazia che Arminius definiva “prima” o “preveniente”, la quale permette alla persona di cominciare a comprendere il dono di Dio. Prendendo spunto da una celebre espressione del libro dell’Apocalisse (3:2) “Ecco, io sto alla porta e busso: se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me”, Arminius specifica che la prima grazia equivale al bussare di Gesù, un atto di puro amore disinteressato che proviene solo da Dio; mentre nella seconda fase del processo di salvezza è l’uomo che deve, in prima persona, cooperare con una libera scelta affinché ci sia un’arresa totale e una piena realizzazione dell’amore di Cristo.

“Tutti gli esseri umani non rigenerati sono dotati del libero arbitrio e della possibilità di resistere volontariamente allo Spirito Santo, o di rigettare la grazia di Dio contro il loro stesso bene; inoltre ognuno, eletto o non, potenzialmente può rifiutare di accettare il vangelo e decidere di non aprire a colui che bussa alla porta del cuore’’.

(Iacobi Arminii, Opera Theologica, Leiden, 1629, p.958-9)

 

Non conosciamo le reazioni dei membri della comunità di Amsterdam curata da Arminius, ma sappiamo che i suoi colleghi pastori non ebbero reazioni positive, anzi da più parti fioccarono accuse di insegnare una falsa dottrina. Infatti, la visione generale della teologia calvinista dell’epoca su questo tema era piuttosto differente. Peter Plancius, ministro in un’altra comunità di Amsterdam, accusò Arminius di eresia, perché secondo Plancius e altri, lo stato dell’animo era talmente immerso nella depravazione e nell’oscurità che questo non avrebbe mai potuto essere possibile: nel calvinismo la grazia attua un cambiamento irresistibile.

Arminius stava quindi andando contro uno dei capisaldi della tradizione teologica in cui si era formato e di cui aveva studiato tutte le sfaccettature durante i suoi anni di studio a Ginevra. Ma stava trovando sempre più conferme scritturali e teologiche della propria posizione e non era intenzionato a rinnegare nulla.

Questo scontro del 1597 si risolse senza particolari conseguenze; tuttavia, erano i primi segnali di una presa di consapevolezza da parte di Arminius che, prima o poi, sarebbe potuto scoppiare in tutta la sua radicalità.

 

…questa serie continua!

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