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Risvegli evangelici e riunioni in piccoli gruppi nel corso della storia 

  • SVOLTA crede nel mezzo dei “piccoli gruppi” (di cui abbiamo parlato in questo articolo ) perché i giovani devono avere uno “spazio” nel quale chiedere aiuto, pregare con un coetaneo, essere spontanei e testimoniare di ciò che Dio sta facendo nella loro vita. Vorremmo veder applicato questo metodo sempre più spesso nei raduni, nei campeggi e, se possibile, anche a livello di chiese locali. (tratto da Cosa è Svolta?  )

Come immagini un risveglio spirituale genuino? Uno dei tanti già avvenuti nella storia evangelica?

Un predicatore che predica, chiamate all’appello, canti corali ecc. ecc. Tutto qua?

Lo sai che i piccoli gruppi, in cerchio, in cui tutti partecipano leggendo un passo della Bibbia, pregando o dando una testimonianza o una meditazione, sono stati una delle colonne portanti di quasi tutti i risvegli evangelici genuini?

La storia delle riunioni in piccoli gruppi nei risvegli evangelici è edificante e appassionante, e merita decisamente un intero articolo a tal proposito sulle pagine di Svolta.

Molti evangelici di oggi pensano che i piccoli gruppi siano una moda recente e anche abbastanza superficiale, che ci porta lontano dalle tradizioni più consolidate, serie e mature della storia evangelica e pentecostale. In questo articolo vedremo invece alcuni dei tanti esempi chiari di adozione dei piccoli gruppi nella storia.

Piccoli gruppi ai tempi di Lutero, degli anabattisti e dei pietisti

La possibilità di avviare piccoli gruppi sorse già ai tempi del primo predicatore protestante, Martin Lutero (di cui abbiamo parlato qui). Martin Lutero era potenzialmente favorevole all’idea dei piccoli gruppi ma credeva che i tempi non fossero maturi: “Perché non ho ancora le persone adatte per questo, e non vedo molti che li chiedano. Ma se sorge il desiderio, li faremo”. (citato nell’articolo “E’ stato John Wesley il padre dei piccoli gruppi?”, qui, pag. 195 ). Negli anni successivi, la richiesta fu riproposta nel contesto del Protestantesimo luterano anche in via ufficiale.

Ma in quegli anni i primi ad avviare davvero questa pratica furono gli anabattisti (di cui abbiamo parlato qui), alle origini per lo più giovani ventenni e trentenni, che iniziarono a riunirsi nelle case più che altro perché esclusi dalla chiesa ufficiale per la loro scelta controcorrente di battezzarsi in acqua in età adulta. Seppure non fosse quindi una scelta intenzionale, il desiderio di leggere la Parola di Dio, condividerne la meditazione, pregare, testimoniare le proprie esperienze spirituali e, soprattutto, la forte fiducia che avevano che ogni credente potesse essere guidato dallo Spirito Santo nel contribuire all’edificazione degli altri, fanno sì che gli anabattisti formino i primi veri piccoli gruppi di cui abbiamo memoria dall’epoca protestante. Gli anabattisti non ebbero mai accesso ai pulpiti dei locali di culto del tempo, ma ciò non ostacolò il risveglio dallo spandersi in varie zone dell’Europa di allora. Rappresenta una testimonianza storica importante dell’efficacia evangelistica dei piccoli gruppi.

Nella seconda metà del 1600, alcune frange del Protestantesimo luterano avevano perso oramai la propria vitalità spirituale e i credenti che partecipavano al culto si comportavano già come spettatori dei servizi religiosi, in modo non troppo simile dai sudditi che vivevano invece nelle zone cattoliche. Sorse allora il movimento di risveglio del Pietismo. In tempi recenti, è stato portato in evidenza dagli studiosi come il Pietismo sia stata una parte centrale per la storia degli evangelici nel mondo e, oltre a questo, gli studiosi del movimento Pentecostale hanno mostrato come una parte considerevole di coloro che poi agli inizi del 1900 aderirono al movimento pentecostale provenissero da una formazione pietista, vista l’affinità spirituale. I Pietisti mettevano enfasi su una esperienza spirituale genuina che andasse al di là delle aride e rigide formulazioni dottrinali luterane, su una vita di devozione fatta di preghiera e lettura della Bibbia, su una fede che fosse visibile e concreta e non soltanto “astratta” come era diventata in buona parte quella dei luterani.

Come riscoprire una vita spirituale autentica? Il fondatore del Pietismo, Philip Jacob Spener, non aveva dubbi a tal proposito, e nel 1675 scrive in “Desideri di consacrazione”:

Possiamo ottenere questo risultato avendo (…) diversi membri di una congregazione che hanno una conoscenza adeguata di Dio o il desiderio di aumentare tale conoscenza che si incontrino sotto la guida di un ministro, prendano le Sacre Scritture, le leggano loro stessi ad alta voce, e fraternamente discutano insieme ciascun verso in modo da scoprirne il suo semplice significato e qualsiasi cosa possa essere utile all’edificazione di tutti. Chiunque non sia soddisfatto della sua propria comprensione del tema dovrebbe essere libero di esprimere i suoi dubbi e richiedere spiegazioni ulteriori. D’altra parte coloro (compresi i ministri) che hanno fatto progressi spirituali dovrebbero essere liberi di esprimere come loro stessi intendono quel passo biblico. Infine tutto ciò che è stato condiviso, se è in armonia con il significato che dà lo Spirito Santo alle Scritture, dovrebbe essere considerato con attenzione dagli altri, specialmente dai ministri con credenziali, e applicato all’edificazione dell’intera assemblea”.

Il caso del Pietismo, che riportò molti luterani a una fede viva, dimostra come il mezzo dei piccoli gruppi sia stato utilizzato nella storia evangelica anche a beneficio spirituale di coloro che, come noi, sono alla terza o alla quarta generazione dall’inizio di un Risveglio Evangelico (nel nostro caso, quello Pentecostale). Il Pietismo si diffuse in tutte le nazioni a maggioranza luterana, fra cui la Svezia (su cui torneremo dopo).

Piccoli gruppi ai tempi di John Wesley e dei metodisti

La forma più intenzionale e strutturata di piccoli gruppi come la conosciamo oggi nasce ai tempi del movimento metodista di John Wesley, nel 1700. Il Metodismo ha rappresentato probabilmente il più grande Risveglio evangelico precedente a quello Pentecostale. John Wesley e, prima di lui, George Whitefield sono ricordati soprattutto per le loro predicazioni all’aperto, sui prati, molto simili a quelle che ricordiamo dai vangeli faceva Gesù quando si rivolgeva alle folle. Migliaia andavano ad ascoltare sia John Wesley in Inghilterra sia George Whitefield per lo più in America.

Tuttavia, fra i due esisteva una grande differenza nel modo di curare coloro che si erano avvicinati all’Evangelo dopo la predicazione stessa: George Whitefield credeva nella dottrina della perseveranza finale dei santi (di cui abbiamo parlato qui) e quindi era convinto che se l’esperienza di conversione fosse stata reale e profonda, non ci sarebbe stato bisogno di particolare assistenza spirituale nei confronti dei neo-convertiti. John Wesley, invece, era convinto che la salvezza ricevuta in dono si poteva perdere se il rapporto con Dio fosse stato trascurato (John Wesley è il fondamentale responsabile della riscoperta dell’Arminianesimo nel mondo anglosassone), pertanto era particolarmente scrupoloso nella cura successiva e nel collocare i neoconvertiti in comunità di credenti che potessero essere salutari.

Su questo, lasciamo che sia Ajith Fernando, autore del libro “Il servizio cristiano guidato da Gesù” (ediz. GBU) a raccontarci i dettagli:

Un “uomo serio” disse a John Wesley agli inizi del suo cammino cristiano: “Signore, volete servire Dio e andare in cielo? Ricordatevi che non potete servirlo da solo. Dovete quindi trovare dei compagni o farveli”. (…) Wesley seguì questo consiglio per sé e per il movimento metodista che fondò.

Wesley sviluppò una vita comunitaria organizzata in quattro diversi tipi di gruppi: il primo era la “società”, l’equivalente dell’odierna congregazione. Qui si tenevano l’insegnamento della Parola e l’adorazione. Poi c’era “l’incontro di classe”  ovvero un gruppo di circa  dodici persone che vivevano nella stessa area. Questo era un gruppo eterogeneo di uomini e donne, sposati e single, e persone di varia età. Lo scopo di questo incontro era quello di applicare alla propria vita quotidiana gli insegnamenti ricevuti negli incontri della “società”. Il quarto tipo era il “gruppo specializzato”, in cui persone con un obiettivo comune si incontravano per essere aiutate a raggiungere quel determinato obiettivo. Per esempio, c’erano gruppi per sviati desiderosi di reinserimento e per i credenti che cercavano la completa santificazione.

Il terzo tipo di gruppo è il più significativo in questa dissertazione: Wesley chiamava questo la “banda”, ed era equivalente a un gruppo di confronto. Era un gruppo omogeneo, con sottogruppi divisi secondo il sesso, l’età e lo stato civile. Restringendo in questo modo i gruppi, Wesley era in grado di incoraggiare i membri a condividere le problematiche private della loro vita personale.

Questo tipo di struttura molto sofisticata potrebbe sembrare a molti lettori una “modernizzazione”, ma in realtà è stata la spina dorsale del Risveglio Metodista del 1700. John Wesley investì tutto in questa direzione. Per amore di pace con la chiesa anglicana di allora (da cui non volle mai uscire), raccomandava la domenica di partecipare ai culti tradizionali, che erano comunque incentrati sulla predicazione della Parola di Dio. Ma durante la settimana, il resto della vita comunitaria si svolgeva appunto con il mezzo dei piccoli gruppi.

I risultati sulla distanza furono straordinari, soprattutto se confrontati con il frutto del ministero di George Whitefield, che era considerato un predicatore più valido di Wesley e aveva iniziato prima di lui e che aveva attratto molta più attenzione e folle più numerose: eppure, da anziano, George Whitefield ammetteva che il frutto del proprio ministero, basato quasi esclusivamente sulla predicazione, era una “striscia di sabbia” se confrontato a quello di Wesley che aveva saputo costruire in ogni città comunità evangeliche solide e ferventi.

Piccoli gruppi e movimento Pentecostale

Se ci riferiamo alle origini del movimento pentecostale, si torna a un contesto spesso simile a quello degli anabattisti, in cui le case stesse divennero spontaneamente dei piccoli gruppi, in assenza di locali dedicati al culto pentecostale fino a quando il movimento non si fu consolidato. La lettura della Bibbia e la preghiera spontanea erano sperimentate molto spesso senza un pastore che predicasse o conducesse il culto, poiché, molto spesso, non erano ancora emersi veri ministeri pastorali in ogni città raggiunta da una manciata di credenti pentecostali. Per molti anni, in molte zone d’Italia e delle varie nazioni dove i credenti pentecostali di nazionalità italiana erano dispersi, i culti pentecostali erano veri e propri “piccoli gruppi”, simili a quelli pietisti o metodisti, fino a quando non si aprirono i locali di culto. In alcuni casi (vd. pag. 27 della biografia del 2007 di Luigi Francescon scritta da Francesco Toppi) la necessità di riunioni partecipate in cui tutti possono contribuire attivamente all’edificazione reciproca diventò fin dagli esordi del movimento pentecostale italiano una ragione di presa di posizione forte di fratelli che si appellavano a 1 Corinzi 14 come motivazione. Ad oggi la pratica dei piccoli gruppi è rimasta prevalentemente nelle riunioni giovanili (che si svolgono tuttora in cerchio) in molte comunità evangeliche delle Assemblee di Dio in Italia.

Un caso particolarmente degno di noto è quello del pioniere pentecostale Lewi Pethrus, probabilmente nel XX secolo la figura pentecostale più autorevole in Europa accanto a quella di Donald Gee (che in Inghilterra fu anche insegnante di Francesco Toppi) e con il quale ebbe un ottimo rapporto di collaborazione. Insieme, i due insegnanti organizzarono nel 1939 il primo grande raduno pentecostale europeo proprio a Stoccolma, la chiesa curata da Lewi Pethrus che è stata fino a circa il 1975 la più grande comunità pentecostale al mondo e da molti considerata la più grande comunità evangelica in Europa. In uno dei suoi viaggi missionari, Billy Graham domandò di poter incontrare Lewi Pethrus per potergli chiedere di persona le ragioni del suo successo. A cosa sono dovuti i risultati evangelistici straordinari ottenuti da Pethrus in un paese freddo e per certi versi ostile come la Svezia? Ovviamente, la risposta la conosce soltanto Dio e per certo fu proprio la potenza dello Spirito Santo a consentire a questo pioniere di ottenere simili risultati. Tuttavia, ci sentiamo di dire che deve aver contribuito a questi risultati stupefacenti la struttura adottata da Levi Pethrus che fin dal 1911 (agli albori cioè del movimento pentecostale) adottò per la chiesa da lui curata una struttura a piccoli gruppi, chiamandoli inizialmente “gruppi di preghiera”. In Svezia, la pratica non era nuova, perché i Pietisti avevano fondato molti di questi gruppi fino al punto di subire  la persecuzione della chiesa di stato luterana che aveva proibito qualsiasi incontro religioso che non vedesse la presenza di un ministro luterano ufficiale all’interno dei locali preposti al culto. Pethrus arrivò a circa 300 piccoli gruppi per curare la sua chiesa, che superò i 5.000 membri.

Il caso di Lewi Pethrus mostra da un lato l’efficacia evangelistica dei piccoli gruppi e dall’altro come questa sia stata sposata agli albori stessi del movimento pentecostale.

Pethrus scrisse molti libri e spesso predicò e insegnò nei raduni internazionali agli albori del Pentecostalesimo e visitò spesso anche gli Stati Uniti, divenendo infine dottore in teologia ad honorem al Wheaton College in Illinois. La sua autorevolezza internazionale lascia pensare che molte delle chiese pentecostali che poi adottarono la struttura dei piccoli gruppi negli anni successivi lo abbiano fatto su sua influenza diretta o indiretta.

(le informazioni su Levi Pethrus sono tratte per lo più dalla tesi universitaria che è possibile recuperare a questo link)

Piccoli gruppi e chiese evangeliche oggi

Che sia su influenza diretta di Wesley o di Pethrus o di altri, l’adozione dei piccoli gruppi da parte delle chiese evangeliche continua a crescere in ogni parte del mondo e in ogni denominazione (su Youtube è possibile trovare un video del famoso predicatore John Piper che li promuove, la chiesa che fu di Moody oggi utilizza i piccoli gruppi, e si potrebbero fare tanti altri esempi). Statistiche e testimonianze sono state fornite dalla maggior parte delle riviste evangeliche più autorevoli (compresa la storica rivista delle Assemblies of God “Enrichment”) per enfatizzare i benefici e i risultati di questa pratica. In particolare, Christianity Today, la storica rivista lanciata nel 1956 da Billy Graham da cui prende nome la rivista Cristiani Oggi delle Assemblee di Dio in Italia, ha lanciato una campagna negli ultimissimi anni intitolata “Beautiful Orthodoxy” (si potrebbe tradurre “bellissima sana dottrina”) per enfatizzare che l’insegnamento sano della Parola di Dio e la condivisione del vero Evangelo deve avvenire in un contesto amorevole e cordiale. Uno dei punti essenziali del progetto “Beautiful Orthodoxy” prevede la promozione dei piccoli gruppi, a cui la redazione di Christianity Today ha dedicato addirittura un intero nuovo sito, che contiene spunti e materiale adatto a questo scopo: https://www.smallgroups.com/

CONCLUSIONE

Questo articolo si è concluso. Speriamo che possa essere stato edificante e utile per tutti coloro che sono interessati in generale a riflettere sull’utilità dei piccoli gruppi. Dalla veloce indagine fatta sembra evidente che i piccoli gruppi hanno in realtà accompagnato tutti i più grandi e sani risvegli evangelici della storia, nella maggior parte dei casi affiancandosi alla predicazione dal pulpito. D’altronde, nel Nuovo Testamento noi vediamo Gesù stesso o l’apostolo Paolo sia predicare discorsi ininterrotti sia interagire in piccoli gruppi (moltissimi dei discorsi nei Vangeli o nel libro degli Atti degli Apostoli avvengono sotto forma di dialoghi con domande e risposte, e non esclusivamente come monologhi). Probabilmente, una delle ragioni più importanti del successo del ministero di John Wesley, che ha fatto sì che sia ritenuto da molti il più efficace uomo di Dio nella storia fra la chiesa primitiva e il movimento pentecostale, è da ricercare nel fatto che ha saputo combinare, come nessun altro prima di lui, la predicazione evangelistica alle folle con la pratica dei piccoli gruppi per curarli.

[Condivise queste conclusioni, la maggior parte dei nostri lettori saranno stanchi a questo punto e possono dedicarsi ad altro. Ma per i più “coraggiosi” c’è ancora un approfondimento di natura storica e teologica che riteniamo opportuno fare e che risponde alle domande “tutti i risvegli evangelici sono affiancati dall’applicazione dei piccoli gruppi? Se esistono, quali sono quei movimenti evangelici che invece si sono opposti storicamente a questa pratica?”.]

[APPROFONDIMENTO STORICO E TEOLOGICO: Chi è contrario ai piccoli gruppi?

Se i piccoli gruppi fanno parte della storia evangelica e pentecostale passata e recente, come mai oggi sono percepiti come qualcosa di estraneo? In fin dei conti, Gesù stesso ha formato un “piccolo gruppo” chiamando a sé i dodici e chiedendo di seguirlo in tutti gli aspetti della sua vita su questa terra. E le Chiese degli Atti mostrano un’interazione fra gli apostoli e i primi discepoli che potevano fare domande, interagire e dialogare con gli uomini di Dio (si veda a titolo di esempio Atti 19:2). Per farla semplice, nella Bibbia i piccoli gruppi ci sono (persino il libro di Giobbe è per lo più il resoconto di un piccolo gruppo di confronto), ma i pulpiti no… perché alcuni evangelici percepiscono i piccoli gruppi come una stranezza e i pulpiti come la normalità?

Senza la pretesa di dare una spiegazione esaustiva, proviamo a dare qualche risposta parziale:

  • Abbiamo visto come Whitefield non vedesse la stessa necessità di adottare una cura delle anime come quella dei piccoli gruppi che invece sentiva John Wesley e che la ragione sembra da attribuire alla sua posizione dottrinale calvinista, cioè alla dottrina che sintetizziamo abitualmente “una volta salvati sempre salvati”. L’impressione è che non sia un caso isolato ma in generale i movimenti calvinisti o riformati (fra cui si riconoscono i Valdesi in Italia) abbiano sempre avuto in avversione la pratica dei piccoli gruppi, anche nelle altre ere storiche ed è forse proprio per questo che i risvegli alimentati dalla predicazione calvinista sono stati quasi sempre di breve durata (si veda per esempio il caso del risveglio di Edwards). Fanno eccezione i cosiddetti movimenti Dissidenti dell’Inghilterra del 1600 che si riunivano nelle case e che potrebbero aver indirettamente influenzato lo stesso John Wesley.
  • Il movimento riformato o calvinista nasce in un periodo storico in cui la Bibbia era appena tornata a essere stampata e pochissimi avevano una comprensione chiara o nitida delle basi del Cristianesimo. In questo contesto, come d’altronde scrive anche Martin Lutero nella citazione che abbiamo riportato sopra, era evidente che non ci fossero le basi per avviare dei piccoli gruppi: il pastore di una chiesa luterana o riformata delle origini era di fatto un evangelista che parlava a un uditorio che aveva bisogno dei rudimenti della fede cristiana. I piccoli gruppi nascono quando invece c’è un numero di credenti sufficientemente maturi a cui delegare la conduzione di ciascun piccolo gruppo. I Riformati calvinisti, nel rifarsi alla loro tradizione, non hanno esempi validi della pratica di piccoli gruppi, ma Giovanni Calvino o Martin Lutero si trovavano in un contesto molto diverso da quello di oggi. Ancora oggi i movimenti evangelici che nel mondo danno più importanza al “pulpito” (e che hanno anche i pulpiti più grandi!) sono proprio quelli calvinisti. Ma, in realtà, anche il pulpito nasce storicamente in un periodo in cui i credenti uscivano dalle chiese cattoliche ed avevano bisogno di un oggetto evidente che si sostituisse all’altare cattolico, da cui infatti il pulpito prende forma.
  • Pare ci siano dei problemi teologici non di poco conto nel riconciliare la dottrina calvinista con la pratica dei piccoli gruppi, che sono riconducibili alla natura stessa della Parola di Dio. Come è stato fatto notare da alcuni teologi arminiani in tempi recenti su www.evangelicalarminians.org, nella teologia calvinista la Bibbia come Parola di Dio ha efficacia soltanto nei casi nei quali Dio ha deciso di renderla efficace, cioè nel pensiero calvinista la Bibbia non ha potenza in Sé. Questo emerge chiaramente nei casi in cui per esempio la Parola di Dio raggiunge qualcuno che NON è eletto a salvezza, ed allora in quel caso secondo il calvinismo la Parola è inerte e inefficace, non può condurre a salvezza. Nel pensiero riformato essa diventa efficace soltanto con precise condizioni, cioè appunto la presenza di eletti a salvezza fra gli ascoltatori e di un uomo chiamata a predicarla sul pulpito. E’ evidente che questo conduce a un generale scetticismo sull’effettiva utilità di leggere e meditare la parola di Dio senza che ci sia un “sermone” di un pastore dal pulpito. Questo ha condotto anche i calvinisti ad avere un fortissimo “culto dei predicatori”, visti come canale principale dal quale Dio può parlare agli uomini.]

In generale, questi aspetti della teologia calvinista non si ritrovano nel pensiero arminiano, nel quale la Parola di Dio è sempre efficace di mettere l’uomo davanti alla scelta di ubbidire o disubbidire, perché ha potenza in Sé. Tantomeno questa mentalità appartiene al movimento pentecostale originario, dove ogni credente è partecipe dello Spirito Santo e soprattutto se è stato battezzato nello Spirito Santo con il segno delle lingue, può essere usato estemporaneamente da Dio come strumento di evangelizzazione, consolazione, esortazione e in generale edificazione.

Occorre una seria riflessione sulle implicazioni teologiche per la dottrina del “sacerdozio universale dei credenti” nel momento in cui i piccoli gruppi sono considerati estranei alla pratica di riferimento della chiesa primitiva. Il rischio associato a rifiutare la pratica dei piccoli gruppi è di svilire la natura stessa dell’esperienza della Nuova Nascita ed ancora più del Battesimo nello Spirito Santo ricevuto dai credenti pentecostali se in questa interpretazione soltanto il pastore può leggere e interpretare le Scritture. Biblicamente, la prerogativa che ha soltanto il pastore è di essere “vescovo”, cioè di “sorvegliare”, ma la stessa parola “predicare” nel Nuovo Testamento viene utilizzata in riferimento anche a credenti che non sono pastori (es. Marco 16:15; Atti 9:20; ecc.) e la parola “insegnare” è parte integrante del Grande Mandato lasciato a tutti i credenti nati di nuovo (Matt.28:20)

 

Francesco Cataldo con il supporto di Gianmarco Giuliani, dottorando in Letteratura, Arte e Storia dell’Europa Medioevale e Moderna presso la Scuola Normale Superiore di Pisa

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